10/01/10
Vision. Italia
compie quaranta anni “I travestiti” di Lisetta Carmi

ANIMULA VAGULA BLANDULA…
di Barbara Martusciello

Ha fotografato per prima la vita quotidiana delle transessuali. Immagini rigorose, bianco e nero essenziale, volti, situazioni raccontati senza ipocrisie e conformismo. Adesso un film documentario, a firma di Daniele Segre, ricostruisce la vita e il lavoro di Lisetta Carmi, Genova, 1924. tra i massimi protagonisti della fotografia sociale contemporanea.
Nell’Italia 1970, ” I travestiti”, libro fotografico sul ghetto della prostituzione transessuale genovese, fece scandalo. Oggi, queste foto insegnano ancora a comprendere una condizione umana e di vita, oltre ogni pregiudizio....

Genova, 1965

Lisetta Carmi è una genovese doc, donna di straordinaria intensità dall’alto dei suoi anni che porta con distaccata eleganza. Classe 1924, è una protagonista della storia della fotografia contemporanea e sul suo lavoro la critica sta nuovamente rivolgendo la sua attenzione, in parte sollecitata dalla bella mostra organizzata nel 2008 dalla One Piece Gallery a Capri e poi a Roma.

Lisetta ha una produzione piuttosto ampia di fotografie, molto interessanti non solo per la scelta dei soggetti e dei temi che vi sono trattate ma per la maniera con la quale li ha analizzati: lucidamente e con una onestà intellettuale rara mista ad una pietas che non è piaggeria. La sua visione è rigorosa, netta, tersa, ma vi si percepisce una partecipazione sociale che le appartiene profondamente come artista e come persona.

Ci ha raccontato la sua storia, Lisetta, con una freschezza narrativa che quasi stupisce data la complessità della sua vita che è stata, ci ha detto, “bella, positiva”.

Il padre è un assicuratore e la madre è una donna colta e raffinata: hanno altri due figli, maschi, Marcello ed Eugenio, quest’ultimo presto diventato noto artista di importante ricerca astratta. Lei ama la musica, così studia con talento pianoforte, che le piace ma che la distoglie un po’ troppo dai suoi tanti interessi, artistici, che vorrebbe sperimentare.
La guerra, le persecuzioni razziali decideranno per lei. E’ quindi costretta a lasciare la scuola, a soli 14 anni: i fratelli sono già riparati in Svizzera, lei dovrebbe seguirli ma vorrebbe, invece, entrare nella Resistenza. La famiglia, che sino ad allora l’aveva assecondata in molte delle sue scelte, stavolta è terrorizzata da questa decisione, pericolosa, che, riflette, “minava anche il ricongiungimento familiare… Rinunciai per loro; avevo circa diciotto anni, ma mi rifeci più avanti…”: scegliendo la partecipazione ideologica e civile.

Nel dopoguerra, riunitasi la famiglia, indenne, la vita di Lisetta scorre serena ancora nel campo della musica; ma quella che ci ha specificato essere una sua “felice carriera da concertista” non le basta: prova ancora quella “strana sensazione, di qualcosa di importante oltre la musica, che scoprirò dopo: nel 1960 a Genova”.” Infatti, nel caos dei violenti scontri di piazza per la sterzata conservatrice e reazionaria del governo Tambroni, ha affermato fiera: “scesi tra i portuali che contestavano…”.

L’interesse per la Fotografia si chiarisce meglio dopo un viaggio con l’amico etnomusicologo Leo Levi che andava in Puglia “a studiare i meravigliosi canti di una comunità ebraica che risiedeva in quell’area geografica; pensai che sarebbe stato bello e interessante documentare questa esperienza…”.
Le foto, con un’Agfa Silet, sono sorprendenti tanto da convincerla a seguire questa nuova, appassionante avventura. Così impara “a dosare la luce, le ombre…” collaborando come fotografa di scena per il teatro Duse di Genova e diventando poi fotoreporter, “ma da indipendente”, ha tenuto a sottolineare, “pur pubblicando per alcuni quotidiani”.
In quest’ambito nascono i servizi sul lavoro dei portuali, sui travestiti, sulla borghesia genovese vista attraverso i monumenti sulle tombe nel cimitero di Staglieno: immagini fotografiche che rivelano una sua peculiare ricerca su realtà e problematiche indagate con partecipazione e una naturale inclinazione ad avversare ogni conformismo; è già impegnata, una “donna, comunista, ebrea, sopravvissuta alla guerra e alla barbarie nazifascista, pure fotografa d’assalto, non ero certo considerata una brava ragazza, capirai!”.
Con una simile sensibilità e con un bianco e nero “più essenziale e vero, senza distrazioni”, come ha ribadito, riporta bellissime e durissime immagini di Parigi, Israele, del Venezuela, Afghanistan, Pakistan, India: sono, questi, paesi che visita non da turista ma da viaggiatrice sempre con la macchina fotografica al collo. Questa sensibilità priva di preconcetti e di chiusure ideologiche le permette di realizzare dodici scatti magnifici, rari, all’irraggiungibile poeta Ezra Pound (pubblicate in: Carmi Lisetta, “L’ombra di un poeta. Incontro con Ezra Pound”, O Barra Edizioni, 2005). E’ il 1966.
Poi la svolta -“una svolta” mi ha corretta Lisetta -, quando riesce a pubblicare con una piccola casa editrice romana – la Essedì Editrice – il suo libro di fotografie sui travestiti che in quel 1972 fece enorme scandalo.
Il volume fu rifiutato persino dallo stesso editore e dai librai che si rifiutarono di distribuirlo Per Lisetta quello scalpore sembrò incredibile, quasi incomprensibile: “io non vedevo nulla di scandaloso, in quelle persone”, mi ha raccontato, e non ce lo vide evidentemente nemmeno lo psicanalista Elvio Fachinelli che scrisse la bella prefazione. Servizio fotografico e libro diventano a lungo quasi clandestini nonostante il loro forte valore conoscitivo. Le immagini bellissime, potenti, evidenziano una realtà anche spietata, concentrato di quegli anni, nei carrugi genovesi così come in tante possibili città qualunque, allora come oggi. Le abita questa gente che ha il coraggio o la disgrazia di essere differente, “fastidiosa per un sistema omologato” ma, anche per questo, con una sua particolare, epica “bellezza” che le foto evidenziano. Vi si legge una schiettezza pasoliniana, persino, ma con quell’amore in più che lo sguardo di una donna, da pari a pari, ha saputo far filtrare. In quelle case, in quei primi piani, in quell’umanità ardeva una quotidianità mista ad una vita interrotta, che avrebbe cantato magnificamente una Alda Merini e che potrebbe raffigurare splendidamente una Carol Rama e che Lisetta ci consegna affinché noi la si veda come la vede lei.


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