3/02/09
Armenia. Strade
QUEI GIORNI DI SANGUE
NEL MUSSA DAGH
 
di Daniela Zini

Nel dicembre del 2008, un gruppo di intellettuali turchi lanciava una petizione on-line per chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni all'inizio del secolo scorso in Turchia.
Il 10 ottobre 2009, dopo quasi un secolo di gelo, Turchia e Armenia hanno firmato, a Zurigo, uno storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi.
L’accordo dispone che venga riaperta la frontiera turco-armena, che vengano ristabilite relazioni diplomatiche tra i due  Stati e che la questione del genocidio armeno venga affidata a una commissione di storici per la sua indagine oggettiva…

Strada di confine tra l'Armenia e la Turchia a nord di Eravan

Tra il dicembre del 1914 e il febbraio del 1915, il comitato centrale del partito Unione e Progresso, guidato da due medici - i dottori Nazim e Shakir - pianificò la totale soppressione degli armeni come popolo. Venne così creata la famigerata Organizzazione Speciale, una struttura paramilitare dipendente dal ministero della guerra, ufficialmente incaricata di operazioni spionistiche oltre confine, ma segretamente incaricata di sterminare gli armeni.
In questo 95° anniversario del genocidio armeno, non basta stigmatizzare la Turchia che persiste nella negazione del genocidio. Si devono anche comprendere le ragioni pervicaci di questa negazione e le complicità occidentali che l’hanno tenuta in vita fino a oggi. La tesi ufficiale turca respinge l’idea di genocidio e avanza quella di una repressione effettuata in un contesto di guerra generale.
Invoca un progetto di “reimpiantazione” degli armeni ottomani dell’est e non di deportazione, dopo che quegli stessi armeni, alleati dell’atavico nemico russo, avevano ucciso più di un milione di musulmani e 100.000 ebrei, per la maggior parte civili. E, tuttavia, massacri di armeni si erano già verificati, nel 1895-1896, sotto il regno del “sultano rosso”, Abdul Hamid II.
Le testimonianze e le fonti diplomatiche che attestano la realtà del genocidio sono respinte dal governo turco e gli archivi dell’epoca sono per il momento accessibili solo ai ricercatori non sospettati di derogare alla propaganda turca.
Il riferimento alle uccisioni di ebrei da parte degli armeni – quando gli ebrei sono, a quell’epoca, appena qualche migliaio nella regione e le uccisioni non sono attestate da nessuna fonte – mira a mobilitare l’opinione pubblica ebrea al fianco della Turchia.
Nessuno nega che la storia ottomana sia stata percorsa da tensioni interetniche, talvolta forti, né che le potenze occidentali abbiano avuto l’abitudine di utilizzare le minoranze le une contro le altre per fiaccare il potere centrale o che gli armeni non abbiano nutrito velleità indipendentiste e abbiano vagheggiato la salvezza da parte dei russi. Ma, ci si può domandare se queste motivazioni giustifichino un genocidio. Parimenti, si ha ancora tendenza a temporeggiare per chiarire se le deportazioni a ovest come a est degli armeni e il loro massacro siano o no un genocidio.
E questo rappresenta già una negazione.
Sollevare una tale questione circa la sorte degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sarebbe immediatamente e legittimamente percepito come negazionismo. Trattandosi degli armeni, non si pone il problema.
Perché?
Nel 1944, un avvocato ebreo di origine polacca, Raphael Lemkin, conia il neologismo di genocidio, per definire i crimini perpetrati in Europa.
La sua conoscenza dei massacri armeni del 1915, che cita a esempio, lo porta a definire il genocidio come “ogni piano metodicamente coordinato per distruggere la vita e la cultura di un popolo e minacciare la sua unità biologica e spirituale”.
Il termine – ufficialmente adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, approvata con risoluzione n. 260 A (III) del 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951 – si adatta bene sia al massacro degli armeni sia al massacro degli ebrei e degli zingari. Ma la sua portata universale infastidisce quanti affermano l’assoluta unicità del genocidio ebraico.
Esperti del genocidio ebraico, quali Yehuda Bauer, riconoscono, in una dichiarazione del 24 aprile 1998, il carattere genocida del massacro armeno. Questo non toglie nulla alla specificità del genocidio degli ebrei, ogni genocidio è perpetrato secondo modalità particolari, legate all’ambiente e alla cultura del luogo e del momento.
Al contrario, ricontestualizza il genocidio degli ebrei nella storia del XX secolo e rammenta che, in materia, nessuna cultura, europea e non europea, cristiana o musulmana, si distingue per la sua volontà di annientamento di un popolo, di una razza, di un gruppo etnico.
In mancanza di servire da lezione, questa messa in prospettiva ci ricorda almeno di cosa sia capace l’uomo, ci invita a darci i mezzi per premunirci contro la ripetizione dell’orrore attraverso la sensibilizzazione alla sofferenza dell’Altro e fa appello alla nostra responsabilità.
Ne va del nostro onore di esseri umani non lasciar dissolvere in una scandalosa negazione un genocidio che ha amputato un popolo delle sue forze vive, più di un milione di esseri di carne e di sangue.

Inizia nella notte del 24 aprile 1915: gendarmi turchi bussano alle porte di duecentoventicinque notabili armeni di Costantinopoli. Sono scienziati, scrittori, giornalisti, poeti, mercanti. È una visita attesa: l’odio razziale striscia da tempo in ogni angolo del paese. La campagna che lo gonfia è bene orchestrata. Si stringono antichi nodi, che, lo vedremo, sono stati intrecciati dal vecchio sovrano Abdul Hamid II (1842-1918). L’inquietudine tormenta la minoranza armena che è cristiana. Il pugno forte dei giovani turchi, il cui aggancio progressista con l’Europa si ispira all’esasperato nazionalismo tedesco, ha bisogno di oro. Le ricchezze nascoste dai mercanti sono là. Non resta che coglierle.
L’occasione offre il pretesto per tagliare corto con rancori che covano da tempo. Il programma trova uno slogan: la risposta di Enver Pasha (1881-1922), ministro turco della guerra, a Mehmet Talat Bey (1874-1921), ministro dell’interno:

“Non dobbiamo preoccuparci di ciò che ci verrà chiesto tra tre o quattro anni. Se agiamo con raziocinio e decisione, tra tre o quattro anni non esisterà un problema armeno. Non vi saranno più armeni.”

Il massacro inizia in una tiepida notte di primavera: i notabili vengono lapidati, assassinati, decapitati, perfino squartati. Ora la strada del genocidio è aperta. Un genocidio programmato a freddo, che anticipa gli orrori dei lager hitleriani.
Gli armeni sono una minoranza etnica nel grande impero ottomano. Sono concentrati nella culla della loro civiltà, l’Armenia, appunto, ma anche seminati nelle città turche, a Smirne, a Costantinopoli. Dietro la guerra santa dei musulmani non vi sono solo bramosie di ricchezze, stizze politiche, dissapori etnici. Adesso sappiamo che il kaiser aveva astutamente preparato un piano: esasperare il sentimento religioso di 300 milioni di musulmani per sollevarli contro l’Inghilterra, la Francia e la Russia. Il piano fallisce perché gli arabi e gli altri popoli asiatici non si accordano con il califfo turco. La collera si abbatte solo sugli armeni: a rileggere i documenti di quegli anni vi è da rabbrividire.

pagina: 1/5 | successiva |

 
 
 

STRADE. AFGHANISTAN

Se il mercante e il poeta
guidano la viaggiatrice

di Daniela Zini