3/02/10

Roma. Life
CONTADINE. UN VECCHIO LAVORO
DEI TEMPI ANDATI?

di Paola Ortensi

Parlare di “contadine” o di donne della terra o di imprenditrici agricole, in un contesto in cui si parla di donne e di lavoro, è sempre un impresa che prevede come sintetizzare un messaggio difficile a tutt’oggi, da far ascoltare con interesse, a causa di stereotipi irrazionali e duri a morire. Ovvero, che il lavoro agricolo sia un lavoro vecchio, e forse poco interessante da analizzare.
Il messaggio da far passare è, all’opposto, quello di come il mondo femminile dell’agricoltura sia un mondo estremamente interessante da studiare.
Per molti aspetti ritengo potrebbe essere indagato considerandolo un vero laboratorio, utile da capire anche per riflettere su considerazioni più generali e alla ricerca di analogie in settori affini, una volta definiti come “lavoro autonomo”, e oggi fortunatamente assimilati completamente nel mondo dell’impresa.

Entro nel merito, dopo aver sottolineato che comunque ogni considerazione non prescinde ovviamente dalle difficoltà, oggi, di un settore in notevole sofferenza, anche per la sottovalutazione che per lo più sopporta.
E’ utile raccontare come le donne che sempre hanno avuto in agricoltura un ruolo quantitativamente rilevante, abbiano negli ultimi direi almeno venti anni, cambiato ruoli e funzioni, occupando in modo evidentissimo spazzi imprenditoriali e funzioni decisionali in azienda, prima inimmaginabili.
Il dato davvero interessante è che molte hanno scelto l’agricoltura come luogo di vita, di lavoro e di affermazione. A fianco dell’agricoltura tradizionale, i nuovi spazzi che si sono aperti rispetto non solo alle questioni produttive legate al biologico, all’ambiente, alla qualità, al legame forte tra produzioni e territorio, vedono una presenza femminile impegnata da protagonista nel grande comparto dell’agricoltura multifunzionale. Ovvero, l’ agricoltura che nel territorio può e di fatto fornisce uno spazio ed un modo di essere utile all’ambiente, all’accoglienza delle fasce più deboli come i bambini (agriasili), persone giovani e no con handicap di diverso tipo (fattorie sociali), gli studenti di diversa età (scuola in fattoria ), visite guidate a produzioni specifiche (per esempio, “Cantine aperte” o “Di frantoio in Frantoio”), per terminare la lista - seppur incompleta di esempi concreti - con l’Agriturismo, attività oramai entrata nella cultura e nel sapere comune. Attività che continua la sua faticosa evoluzione per non staccarsi mai dall’agricoltura che ne costituisce il marchio di qualità.
Vale dunque ribadire come tanta parte di queste attività vedano non semplicemente la donna protagonista ma volano di nuove idee, esperienze ed alleanze con il mondo dei cittadini, mettendo a disposizione la propria creatività e fenomeno ancor più interessante istintivamente impegnata a trasformare in attività remunerative tante delle sue attività di donna: lavoro di cura, accoglienza, cucina, intrattenimento dei bambini, etc .

Per approfondire l’idea del perché il mondo femminile agricolo possa essere considerato un laboratorio, ed un esempio estendibile ad altri mondi come forse quello dell’artigianato e di alcuni servizi, provo a sviluppare un ragionamento che sostenga tale idea.
L’agricoltura non è un lavoro, un mestiere, un’attività che possa essere definita “vecchia”, cosa che impedirebbe di comprendere il senso della sua evoluzione e della sua funzione, antica, primaria e comunque inevitabile, insostituibile, pur nella sua necessaria e ovvia evoluzione .
Le donne nel mondo agricolo, nell’agricoltura da sempre, sono state attive ed indispensabili, di loro non si poteva fare a meno, ossatura invisibile e silenziosa di un mondo dove le braccia per un tempo infinito sono state fattore primario di produzione. Ed ancora lo sono, nonostante la meccanizzazione, se pensiamo ai drammatici fatti di Rosarno.
Oltre al lavoro esterno nel chiuso della casa, spesso l’importanza e intelligenza femminile aiutava scelte e decisioni, tanto da determinare a metà del 1900 la definizione e acquisizione dell’idea di “impresa famigliare”.

Un concetto che prese il via dal mondo contadino per modellarsi successivamente anche alle imprese del commercio e dell’artigianato, prima nel “Nuovo diritto di famiglia” e poi nel codice civile.
Due affermazioni banali, ma meritevoli di ben più ampio approfondimento, che servono però a passare a due nuove riflessioni.
La prima è che, nonostante l’importanza dell’agricoltura, questa ha rappresentato dopo gli anni ‘50 nel momento dell’industrializzazione del paese, quando le campagne si spopolavano per emigrare al nord,all’estero, in fabbrica…, un lavoro qui sì considerato vecchio, povero, da ignoranti .
Un processo culturale così potente da segnare il pensiero di generazioni, quasi come un postulato.
Il processo di degradazione è continuato sino che l’idea di qualità, di filiera corta, di biologico, di agriturismo, di importanza dell’agro alimentare italiano, come uno dei comparti economico –culturali più importanti del paese, non ha aperto alcune brecce e inversioni di tendenza nella comune valutazione dell’agricoltura. Segnando persino alcuni atteggiamenti di moda delle classi più abbienti del paese, che soprattutto nei comparti del vino o dei prodotti di nicchia hanno riconsiderato l’agricoltura come un settore “nobile”.
Sono gli anni in cui nasce anche Slow Food, cui indubbiamente si deve una spinta considerevole nel riaccredito dell’agricoltura e dei suoi prodotti trasformati in “presidi” d’eccellenza .
E’ negli interstizi di questi passaggi che le donne, ancora una volta silenziosamente ma inesorabilmente, hanno iniziato ad occupare spazi non solo - come indicavo prima - nell’agricoltura multifunzionale, ma in quella tradizionalmente produttiva ed in tutti i comparti, da quello zootecnico a quello orticolo.

Solo simbolicamente va ricordato che sono gli anni 80 e 90 che vedono affacciarsi esperienze come le “Donne del Vino” o le “Donne dell’Olio”, Pandolea, Terre di Tara, Donne in Campo o ancora, oramai nel 2000, il Progetto Rea Silvia voluto dall’Assessore all’Agricoltura della regione Lazio Daniela Valentini. Questo, solo per citare esempi più vicini e noti a chi scrive.
Dunque, le donne partecipano in prima fila ad innovare un settore in difficoltà, e ridanno vita modernizzandolo, e riadattandolo ai tempi ad antiche o vecchie attività in sparizione.
L’agriturismo, in primis, ovvero l’accoglienza per decenni dei parenti di città; la vendita a ciclo breve ovvero la vendita nei paesi di quanto l’orto dava in più del fabbisogno; la fattoria sociale ovvero la cura degli anziani; la trasformazione dei prodotti d’eccellenza in caseifici e laboratori aziendali ovvero la dispensa delle riserve che le contadine creavano con la conservazione di tutti i prodotti stagionali, quando il congelatore non era neanche immaginabile.

Si potrebbe continuare, ma è tempo di generalizzare, di allargarsi ad un'altra riflessione che motiva l’idea della ricerca e del laboratorio.
Molti sono i comparti dove lavori artigianali, di servizio, legati al territorio, all’arte, alla cultura hanno fatto la ricchezza dell’Italia anche nel mondo. Lavori che sono in via di sparizione, con pochissime persone che li portano avanti e che non riescono a soddisfare la domanda, l’utenza.
Allora sarà utopia censirli? Sarà utopia organizzarne la ripresa? Sarà utopia proporli alle donne perchè li occupino, e ne facciano un terreno di gioco e di successo per loro stesse, e per una società che deve riprendere il suo cammino di sviluppo civile, culturale, economico con una rinnovata idea di cosa sia il lavoro oggi, e la possibilità che venga gestito valutando l’idea di una flessibilità positiva, grazie all’incredibile supporto della tecnologia.
Ancora una volta è l’agricoltura che mi ha insegnato un concetto molto interessante.
E’ in tempo di crisi che, se si ha della terra si torna alla terra, non solo perché può rappresentare un ipotesi di lavoro, ma perché infonde la solidità di qualcosa che sempre servirà e che bisogna difendere perché non sia occupata da cemento e cemento .

Vale la pena di riflettere che sino a che le mucche pascoleranno, quella terra sarà difesa dal mattone, ma se si smetterà di fare olio quei monumenti, quelle opere d’arte che sono gli olivi secolari verranno se non tagliati spiantati, come già accade per ornare ricchi giardini di città e nelle buche lasciate dalle loro radici secolari scenderanno piloni di fondamenta di nuove case, spesso anche orribili.

 
 


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