| |
| |
| 26/01/10 |
|
Roma.
Lavoro
RESTAURATRICI:
OLTRE IL DANNO,
LA BEFFA
di Ersilia Crisci
|
“Chiediamo
un tavolo con il ministero, aperto a tutte le parti
sociali coinvolte... All’estero siamo restauratori,
qui in Italia solo porta secchi…”
Dopo la manifestazione dello scorso dicembre 2009
alla quale hanno partecipato in migliaia, giunti da
tutte le parti d’Italia, monta la protesta dei
lavoratori e delle lavoratrici del settore restauro.
Beffati da una normativa che non gli riconosce titoli
e decenni di esperienza, e rischia anche di fargli
perdere il posto di lavoro!
I criteri stabiliti dal ministero Bondi per l’ammissione
alla prova di idoneità,utile all'acquisizione
della qualifica di "restauratore di beni culturali",
escludono infatti il 90% dei circa 20 mila professionisti
che attualmente lavorano nel settore, costituito quasi
completamente da donne…

A quasi dieci anni dall’emanazione
del decreto legge DPR del 24 ottobre 2001, n. 240,
il Ministero dei beni e delle attività culturali
ha emanato il 30 marzo 2009 il D. M. n. 53 (pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale il 27 maggio 2009, n. 121),
in attuazione dell'articolo 182, comma 1-quinquies,
del Codice dei beni culturali del 2004, che disciplina
le modalità per lo svolgimento della prova
di idoneità utile all’acquisizione della
qualifica di “restauratore dei beni culturali”,
nonché di “collaboratore restauratore
dei beni culturali”.
Ad esso sono seguiti altri due D. M. il 26 maggio
2009, n. 86 e n. 87, (entrambi pubblicati nella Gazzetta
Ufficiale il 13 luglio 2009, n. 160), in cui nel primo
vi è la definizione dei profili di competenza
dei restauratori e degli altri operatori che svolgono
attività complementari al restauro, e nel secondo
la definizione dei criteri e dei livelli di qualità
cui si adegua l'insegnamento del restauro, nonché
delle modalità di accreditamento, dei requisiti
minimi organizzativi e di funzionamento dei soggetti
che impartiscono tale insegnamento.
Alla luce di tali parametri, il 90% degli oltre 20
mila restauratori che attualmente lavorano nel nostro
paese risulterebbe non avere i requisiti per far parte
della categoria. Beffati da una normativa che non
gli riconosce titoli e decenni di esperienza, migliaia
e migliaia di lavoratori e lavoratrici rischiano anche
di perdere il posto di lavoro! Chi sono questi lavoratori?
Da un rilevamento statistico effettuato dalla Fillea
Cgil di Napoli emerge che il 50% ha meno di 40 anni,
ed il 90% di essi è donna: impiegate spesso
a nero, a progetto, a ritenuta d’acconto, sottoinquadrate
e sottopagate che, proprio per questo non potranno
accedere alla qualifica di restauratrice. Abbiamo
chiesto spiegazioni sullo stato della vicenda alla
responsabile nazionale di Fillea Restauro, Serena
Morello, che a dicembre ha portato in piazza, a Roma,
manifestanti provenienti da tutta Italia.
Women in the city – Il Ministero
dei beni e delle attività culturali ha definito
i criteri per l’ottenimento della qualifica
di “restauratore dei beni culturali” estremamente
restrittivi. Quanti sono i lavoratori e le lavoratrici
di questo settore, e quanti potranno ottenere la qualifica?
Serena Morello – E’ difficile
stabilire con esattezza il numero dei restauratori
e delle restauratrici operanti in Italia, poiché
fino ad oggi non c’è stato il riconoscimento
di questa figura professionale. La vita lavorativa
di ciascuno passa dal lavoro nero a quello a progetto,
a ritenuta d’acconto e nuovamente a progetto
o a nero, e così via. Molti lavorano con contratti
sotto inquadranti, ad esempio con contratti del settore
edile, e persino metalmeccanico o di servizi di pulizia!
Il settore registra tantissime ditte, in gran parte
ditte individuali perché spesso il datore di
lavoro pretende di inquadrare il lavoratore come consulente
esterno. Più o meno si è calcolato che
oggi gli addetti al restauro siano circa 20 mila,
e che di questi solo il 10% otterrà la qualifica
senza problemi.
Witc – Come mai così pochi?
S.M. – Perché le disposizioni
transitorie dell’art. 182 del Codice dispongono
che acquisisce la qualifica di “restauratore
dei beni culturali”: chi consegue un diploma
presso una scuola di restauro statale; chi, entro
ottobre 2001, abbia svolto per un periodo di almeno
otto anni attività di restauro, con regolare
esecuzione certificata dal Ministero; e, infine, chi,
sempre entro ottobre 2001, abbia conseguito un diploma
presso una scuola di restauro statale o regionale
da almeno due anni e abbia per non meno di due anni
svolto attività di restauro con regolare esecuzione
certificata dal Ministero.
Nel primo caso, si tratta di quanti si diplomano presso
l’Istituto Centrale del Restauro e l’Opificio
delle Pietre Dure, che dal dopoguerra ad oggi sono
soltanto mille persone, alcune delle quali ovviamente
in pensione.
Nel secondo caso, risulta quasi impossibile poter
reperire la documentazione per interventi di restauro
realizzati oltre dieci anni fa. Inoltre la titolarità
del lavoro per lo più viene rilasciata al titolare
della ditta, e non all’esecutore materiale dell’intervento.
In questo modo avrebbe titolo l’imprenditore
estraneo all’arte del restauro e non la persona
che l’ha effettivamente realizzato. E poi, l’obbligo
di rilasciare la certificazione di regolare esecuzione
è stato introdotto nel 2000, con il DPR n.
34, prima non era richiesto. A questa situazione vanno
aggiunte le difficoltà del lavoratore di avere
un contratto in regola, nonché le distorsioni
degli inquadramenti contrattuali.
Witc. Al danno che questi lavoratori e
lavoratrici non garantiti subiscono si aggiunge adesso
anche il doppio danno di non poter regolarizzare la
propria posizione per via di questi criteri…
un beffa…
S.M.- Certamente, i criteri stabiliti sono
assurdi. Per prima cosa, consapevoli del fatto che
le certificazioni “di regolare esecuzione”
non saranno trovate, si è deciso di affidarsi
al ricordo del funzionario preposto che, anche se
in pensione, può essere interpellato e sollecitato
a ricordare i nomi delle persone che hanno realizzato
il restauro. In secondo luogo, viene rilasciata una
certificazione “ora per allora”: si valuteranno
oggi i restauri effettuati più di dieci anni
fa per stabilire se siano stati realizzati bene. Che
da allora potrebbe essere successo di tutto, dal terremoto
all’alluvione, sembra senza importanza.
Nel terzo caso, invece, oltre alla difficoltà
di reperire la documentazione c’è il
problema della formazione. Essa è stata effettuata
a discrezione delle Regioni, in base a quanto stabilito
dalla riforma del titolo V della Costituzione, talvolta
utilizzando fondi europei. Ma di fatto, gli standard
formativi richiesti oggi dallo Stato delegittimano
le scelte delle Regioni, poiché sono considerati
per lo più insufficienti.
In alternativa, per ottenere la qualifica di restauratore
bisognerà sostenere la prova di idoneità
con valore di esame di stato abilitante, ma i criteri
di accesso sono ugualmente restrittivi, per cui ben
pochi saranno ammessi a sostenerlo.
La cosa paradossale è che questa situazione
coinvolge anche ditte e professionisti che attualmente
lavorano presso la Soprintendenza, messi da un momento
all’altro alla porta dal Ministero. Solo nel
Lazio ci sono almeno 15 o 16 ricorsi al Tar, alcuni
dei quali seguiti da noi di Fillea, e di cui si aspetta
la prima sentenza a maggio.
Il limite temporale fissato al 2001, inoltre, esclude
sia una intera generazione che si è formata
ed ha lavorato negli ultimi dieci anni, sia i lavoratori
più anziani.
Witc. Perché criteri così
restrittivi?
S. M.- E’ stata una soluzione anticrisi,
una forma di esclusione di massa, che ricade sull’anello
più debole: i lavoratori e le lavoratrici.
C’è l’intento dichiarato di ridurre
il numero dei restauratori, considerato troppo alto,
per riportarlo ad una dimensione di nicchia, com’era
prima del Giubileo. Ma la questione che resta aperta
è se gli interventi di restauro necessari al
nostro patrimonio artistico possano essere condotti
dal numero così esiguo di addetti che otterrà
la qualifica. Un riconoscimento della categoria professionale
andava fatto, ma non in questo modo.
Witc. Che cosa stanno facendo i sindacati
adesso?
S. M. – Siamo in stato di agitazione
alto. Abbiamo bloccato il presidio perché ci
hanno ricevuto, ma in dicembre il ministro Bondi non
si è presentato, dimostrando di non avere una
reale disponibilità al dialogo. Chiediamo un
tavolo con il Ministero, aperto a tutte le parti sociali
coinvolte. Abbiamo già consegnato al ministro
Bondi una piattaforma in accordo con la Cisl e la
Uil, da quelle linee guida proporremo gli emendamenti,
così come ci è stato chiesto. Poi si
vedrà.
|
|

LAVORO
Lavoro. Roma
Nove
miliardi per chi?
Il sesso della finanziaria
Restauratrici:
oltre il danno, la beffa
di Ersilia Crisci
Tutte le donne dell'Alitalia
di Ersilia Crisci
|
|