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KIRGHIZISTAN
Nella valle di Ferghana
di Laurent Barré   
Lunedì 19 Luglio 2010 11:08

 


Il Kirghizistan
, ex repubblica dell'Unione sovietica, capitale Bishkek, è un piccolo Paese dell'Asia centrale, montagnoso e povero, steppa perlopiù, senza sbocchi al mare. Conta cinque milioni e mezzo di abitanti, in maggioranza di etnia Kirghiza, seguita da Uzeki e Russi. Confina a nord con il Kazakhstan, a est con la Cina, a sud con il Tagikistan e a ovest con l'Uzbekistan; l’islam sunnita è la religione più diffusa (75%) seguita da quella greco-ortodossa (20%).
Il 28 giugno scorso, il Kirghizistan è andato alle urne per un referendum sulla nuova Costituzione, ed il 91 % degli elettori e delle elettrici ((64% la percentuale totale dei votanti)  ha detto di si al progetto costituzionale che lo trasformerà da repubblica presidenziale in repubblica parlamentare. La prima in assoluto dell’Asia centrale. 
Il referendum si è svolto regolarmente. Temevano, invece, analisti e osservatori stranieri, un rigurgito delle violenze scatenate solo qualche settimana prima da gruppi Kirghizi contro la minoranza Uzeka, quasi veri e propri "pogrom", nelle città di Osh e Jalal-Abad, costate secondo i dati ufficiali 191 morti, 2000 feriti e migliaia di profughi. Già in aprile, una rivolta popolare per le strade di Bishkek, la capitale, aveva rovesciato il regime del presidente Kourmanbek Bakiev, arrivato al potere nell’estate del 2005 sull'onda della "Rivoluzione dei tulipani". 
Oggi, la presidenza provvisoria è retta da Roza Otunbayeva, una donna. Sarà dunque lei, Roza, a guidare la transizione ed il processo elettorale che il prossimo ottobre dovrà eleggere i 120 deputati e deputate del Parlamento nazionale. Intanto, associazioni nazionali e internazionali a tutela dei diritti umani, chiedono un’inchiesta ufficiale, indipendente e imparziale, sulle violenze di giugno.

L
aurent Barrè, una reporter indipendente esperta di affari asiatici, rilegge quegli eventi in ottica di genere per women in the city.


Tre etnie strettamente legate
Al 1 gennaio 2009, i Kirghizi rappresentano il 69,6 per cento della popolazione, gli Uzeki il 14,5 per cento e i Russi l’8,4 per cento.
Storicamente, i Kirghizi erano pastori seminomadi che vivevano nelle aree rurali della regione del Kirghizistan nell’Asia centrale, mentre gli Uzeki erano fattori, artigiani e commercianti che vivevano nelle città. Negli anni Venti del Novecento, le frontiere disegnate a tavolino da Stalin avevano diviso artificialmente le diverse nazionalità nel sud del Paese, ma si trattava di frontiere principalmente amministrative, che non avevano in pratica un grande significato. E’ dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, e l’indipendenza kirghiza del 1991, che la composizione etnica del Paese cambia considerevolmente: quasi dimezzata la presenza russa, mentre le ondate di migrazioni interne, spinte dal nuovo contesto socio-politico, modificano anche l’equilibrio tra Kirghizi e Uzeki.
La maggior parte degli Useki vive oggi nella valle di Ferghana, tradizionalmente kirghiza, l’area più densamente popolata di una regione dove le terre fertili sono scarse; qui, nel sud del Paese, nelle città di Osh e Jalal – Abad, sono affluite nel corso di questi anni anche centinaia di famiglie kirghize, spinte dalla soppressione delle sovvenzioni agricole e dallo smantellamento delle fattorie collettive, ed in cerca di scuole e lavoro. Le tensioni tra kirghizi e uzeki sono apparse quando i Kirghizi hanno cominciato a entrare nei mestieri tradizionalmente esercitati dagli Uzeki, specialmente nell’agricoltura, l’artigianato e il commercio.
Povero e montagnoso, il Kirghizistan si trova però in un'area strategica di grande  importanza, e la tradizionale influenza russa sul Paese è contesa dagli Stati Uniti. Dopo il 2001, in cambio di grossi aiuti economici, il governo del presidente Akaiev aderì alla guerra contro il terrorismo degli Usa, accettando di ospitare la base aerea americana di Manas, fondamentale per le operazioni militari nel confitto in Afghanistan. Nel 2009, il parlamento ha votato contro la base Usa e Washington ha dovuto pagare 180 milioni di dollari per tenerla operativa.



 

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