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Quando si parla di donne e povertà, nel vecchio Continente PDF  | Stampa |
di Christiane Marty   
Martedì 13 Dicembre 2011 18:23

 

 




Come analizza Francoise Milewski (2), la disoccupazione maschile è aumentata più precocemente e più presto di quella femminile all’inizio della crisi, ma un riallineamento ha avuto luogo nel 2009-2010.
Ma non possiamo accontentarci di osservare l’evoluzione della disoccupazione in rapporto al lavoro senza considerare l’evoluzione del tempo parziale nella disoccupazione parziale. Le donne sono state meno toccate sia dalla perdita di lavoro che dall’aumento del sottolavoro a causa del lavoro a tempo parziale.
Il tasso  di occupazione femminile a tempo parziale èconcepito come una forma di impiego rispondente ai bisogni femminili.
Nel suo Rapporto 2010 sull’eguaglianza tra donne e uomini, la Commissione europea nota “…è importante prestare un’attenzione particolare all’evoluzione del tasso di disoccupazione durante la recessione, ma non bisogna perdere di vista le altre tendenze, meno visibili, come la sottorappresentazione delle donne tra…/…i disoccupati a tempo parziale ( cioè i lavoratori a tempo parziale che vorrebbero aumentare i tempi di lavoro), che non sono necessariamente registrati come disoccupati.”.
Ben detto, ma sino ad oggi una pietosa illusione.
Oltre all’aumento del lavoro a tempo parziale, la crisi ha prodotto in Europa la moltiplicazione dei contratti precari, con orari corti e salari molto bassi che riguardano in maggioranza le donne.
Rispetto all’indennizzazione della disoccupazione, la disoccupazione a tempo parziale di uomini e donne non è trattata alla stessa maniera. In Francia, nell’industria dell’automobile, gli uomini che subiscono una riduzione dell’attività hanno beneficiato di misure di indennizzazione, ma niente è stato previsto per attenuare gli effetti della riduzione della durata del tempo di lavoro delle lavoratrici a tempo parziale. Questo rinvia all’idea persistente secondo la quale la disoccupazione degli uomini è più grave di quella delle donne.
D’altronde, i dati dimostrano che in generale gli uomini sono indennizzati in proporzione maggiore rispetto alle donne. Alla fine del 2009, secondo Pôle Emploi, il 64,,1% degli uomini contro il 54,9% delle donne.

Salari:
La crisi economica e finanziaria tocca anche chi ha mantenuto il lavoro: nel suo Rapporto Mondiale sui Salari, l’OIT constata che a livello globale la crescita sui salari è stata divisa per due negli anni 2008 e 2009, cosa che ha fortemente eroso il potere d’acquisto dei lavoratori/trici e il loro benessere.
Le conseguenze sono evidentemente più gravi per le persone con salari bassi che possono facilmente cadere nella povertà… Ora, come ricorda il Rapporto, la presenza massiccia delle donne nei lavori a basso salario è una caratteristica universale dei mercati del lavoro.
Le donne costituiscono anche in assoluto la maggioranza dei lavoratori a basso salario nella maggior parte dei paesi, mentre il loro tasso di partecipazione al mercato del lavoro è comunemente più basso.

Sviluppo del lavoro precario e informale:
Il ricorso al lavoro precario (4) e informale è considerevolmente aumentato nella crisi praticamente in tutti i Paesi del mondo. Non si tratta semplicemente di una risposta a breve termine a problemi economici congiunturali, ma dell’accelerazione di una tendenza di fondo che fa del processo di “informalizzazione” del lavoro la caratteristica principale di tutti i mercati del lavoro.
Questa tendenza riguarda moltissimo le donne dappertutto nel mondo, ed in particolare le donne migranti.  Il BIT pone l’allerta sul fatto che esse sono la maggioranza nel settore informale, nel lavoro vulnerabile, il lavoro a tempo parziale, ed anche che sono in media meno pagate degli uomini per un lavoro di valore uguale, ed hanno un accesso limitato alle prestazioni sociali.
Malgrado l’insufficienza di dati di genere a livello mondiale sulle persone con lavoro precario, le  analisi condotte sul terreno nei diversi paesi o le testimonianze delle organizzazioni internazionali di lavoratori convergono nell’indicare una maggiore presenza di donne in questa forma di lavoro.
La CSI (5) ricorda che “strappa i loro diritti, perpetua le forme di ineguaglianza tra i sessi nella società, e limita le prospettive del progresso economico durevole.”.
La Federazione Internazionale delle Organizzazioni dei lavoratori metallurgici (FIOM) e l’Unione Internazionale dei Lavoratori dell’alimentazione, dell’agricoltura e dell’albergheria-ristorazione (UITA) constatano che nelle imprese dei loro settori, l’occupazione femminile è in generale più precaria, con una sicurezza minore, salari meno elevati, poche prestazioni ed una minore protezione sociale rispetto gli uomini. Il lavoro precario “diviene molto rapidamente l’ostacolo maggiore al rispetto dei diritti dei lavoratori, e particolarmente  delle donne.”.
Ostacolo ai diritti delle lavoratrici, il lavoro precario è anche identificato da uno studio (6) di Global Union Research Network (GURN) come “ un fattore chiave di scarto dei salari tra uomini e donne”: le risposte politiche per lottare contro la precarizzazione devono concentrarsi sul genere.

Il Parlamento europeo riprende questa analisi nelle due Risoluzioni votate a giugno e a ottobre 2010, e attira l’attenzione del Consiglio europeo, della Commissione e degli Stati membri sul fatto che questa situazione non ha ricevuto la dovuta attenzione: “ la crisi finanziaria ed economica in  Europa ha ripercussioni particolarmente negative sulle donne, più esposte alla precarizzazione del lavoro ed ai licenziamenti e meno coperte dal sistema di protezione sociale.”.
E’ un peccato che questa Risoluzione non sia stata seguita da effetti concreti, cosa che porta ad interrogarsi sul potere reale del Parlamento europeo.

Anche il Rapporto CES del giugno 2011 fa costatazioni allarmanti sull’evoluzione delle condizioni di lavoro delle donne in Europa, in termini di tempi di lavoro, salari e contratti.
Nota che i lavori femminili sono precari. Si assiste ad uno sviluppo del lavoro in nero. In Turchia, per esempio, il 58% delle donne ed il 38% degli uomini esercitano un lavoro senza essere dichiarati e dunque non beneficiano di alcuna copertura malattia, né assicurazione in caso di incidente. In generale, vi è dappertutto un aumento di carico di lavoro, di stress e di pressione, di maltrattamento morale  e psicologico. Il numero delle lavoratrici non dichiarate è sensibilmente aumentato, in particolare nel settore domestico.



Ultimo aggiornamento Domenica 08 Gennaio 2012 16:54
 

Appuntamenti

Le radici della nostra Repubblica. TRIANGOLI DI MEMORIA. Un progetto di ricerca multimediale sulla Storia delle donne nella Resistenza: le Deportate Politiche e Razziali, convegno a Roma, Camera dei Deputati, 30 maggio 2013

RICONOSCIMENTO, TRA LOGOS E IMMAGINE, convegno filosofico a cura di IISF Scuola di Roma e Archivia - Casa Internazionale delle Donne, a Roma il 22-23 maggio


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