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Wassila Tamzali
Avvocata algerina, scrittrice e militante femminista, molto conosciuta anche negli ambienti intellettuali e politici del nostro Paese, Wassyla Tamzali ha diretto per oltre 20 anni il programma Unesco sulla condizione femminile. E’ tra le fondatrici del Collettivo Maghreb-Égalité. Tra i suoi libri citiamo, Une femme en colère : Lettre d’Alger aux européens désabusés (2009), Une éducation algérienne - De la révolution à la décennie noire (2007), Burqa (2010). Attualmente coordina un collettivo di 40 autori/autrici sulle rivoluzioni arabe titolato Les histoires minuscules des révolutions arabes. In questa intervista, realizzata da Luoise Mailloux per “l’autre journal”, in occasione della sua partecipazione alle iniziative della Coalition Laïcité Québec, Tamzali ragiona sullo stato della società tunisina dopo le elezioni del 23 ottobre, spiega perché non crede nell’islamismo democratico, perché oggi è d’obbligo parlare di libertà piuttosto che di parità, ed analizza alcuni possibili scenari prossimo venturi nel mondo arabo…
Louise Mailloux : Ci si aspettava molto dalla primavera araba, c’erano molte speranze, specialmente per la Tunisia. Eppure, alle elezioni del 23 ottobre, i Tunisini hanno accordato il 43% dei suffragi al partito islamista Ennadha, dando così la vittoria all’estrema destra. E’ giusto essere inquieti? Wassyla Tamzali : Si. Le aspettative c’erano perché si andava verso una votazione democratica di massa, ma in quanto a pensare che sarebbe andata senso democratico…, su quali basi? Siamo di fronte ad un Paese che esce fuori da 50 anni di dittatura con assenza di libertà politica, di libertà d’opinione, di libertà di esprimersi, e persino di circolare. Tutto è stato vietato per anni ed anni. Si può pensare che un Paese così vada a votare democratico al primo colpo? Storicamente, e fino a prova contraria, è la democrazia che produce democrazia; non si è mai visto un regime non democratico produrre democrazia; tutti paesi dell’Est lo dimostrano, tanto in Polonia, quanto in Cecoslovacchia, in Russia, il potere è stato ripreso dai vecchi apparati. In Tunisia, si è avuto un momento di speranza quando si è visto come si sviluppava la rivoluzione, è questo il dato importante da considerare: gli islamisti non erano nel movimento rivoluzionario, non lo erano a Tunisi, come in Egitto. E’ dopo, che sono stati chiamati dai poteri provvisori sulla base di una dottrina largamente diffusa dall’ Occidente, in virtù della quale non ci può essere democrazia senza gli islamisti. Che fanno gli Egiziani per dire al mondo che sono democratici? Si ricordano dei Fratelli Musulmani. Per rispondere alle Nazioni unite, per rispondere all’Unione europea, visto che da almeno una dozzina d’anni noi arabi siamo assediati dagli occidentali che ci dicono: non si può fare democrazia senza gli islamisti. Bene, adesso sono là!
L.M. : Un Islam democratico è possibile? W.T. : Impossibile. E’ così anche tra i democratici cristiani Non si può essere religiosi e democratici. Al contrario, si può essere democratici e religiosi, cioè mettere la fede in un posto ben preciso che non pretende di farne un elemento politico. Ecco un democratico religioso. Ora, nel campo dell’islamismo, sia quello moderato di Tariq Ramadan, o ancora quello dei salafisti, dove la cosa è molto chiara, il punto di vista è fare della religione uno strumento politico, e di farne uno scopo.
L.M. : Il primo articolo della Costituzione tunisina afferma: “ La Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano; la sua religione è l’Islam, la sua lingua l’arabo ed il suo regime la repubblica.”. Tutti i partiti di sinistra, salvo uno, hanno rifiutato di mettere in discussione questo articolo. Secondo lei, è stato un errore? W.T. : Il primo articolo della Costituzione tunisina dice che l’islam è la religione del popolo. Non è la religione di Stato come in Algeria o in Marocco, dove è la religione che organizza la politica. Si tratta di una sfumatura importante, perché la Tunisia è un paese laico. I partiti di sinistra hanno creduto di fare bene non rimettendo in questione la formulazione di questo articolo, per mantenerlo intatto piuttosto che rischiare di trasformarlo in “l’islam è la religione di Stato.”. Non hanno voluto calcare la mano, per paura di perdere quanto avevano ottenuto prima. Dal mio punto di vista, è comunque un errore e penso che a causa di ciò gli islamisti riscriveranno che l’islam è la religione di Stato. Ho un detto che mi è molto servito nella vita ed è il titolo di un film tedesco che dice “In caso di grande pericolo, la via di mezzo porta direttamente alla morte”. Bisogna battagliare, puntando in alto, loro sono rimasti in mezzo alla via, e da là rischiano di vedere il peggio.
Non credo che in Tunisia si pensasse a questo scenario e molti sono rimasti sorpresi dal risultato di queste elezioni. Ma oggi non sono sicura che ci si pensi. Già si vedono salire i toni; qualche giorno fa, il presidente della Commissione politica Yadh Ben Achour ha detto :”In ogni caso, gli islamisti si trovano davanti una società civile pronta a battersi.”. La Tunisia è senza dubbio il paese meglio preparato a resistere perché è un paese che ha saputo trasformare un movimento di rivolta in una vera rivoluzione. Gli egiziani non l’hanno saputo fare. La Tunisia l’ha fatto grazie ad una società civile organizzata che ha saputo resistere a Ben Alì; se hanno potuto trasformare la società, a partire da un evento tragico come quello del giovane Mohammed Bouazizi che si è dato fuoco, è perché la volontà di cambiamento era presente a tutti i livelli. E’ l’esistenza di questa società civile che lascia intravedere una resistenza. I Tunisini non desiderano una resistenza armata e pensano di avere risorse sufficienti in mano; una delle loro risorse è il fatto che il partito Ennadha si è evoluto. E’ questa la sfida. Sulla condizione delle donne, per esempio, Ennadha non ha mai rimesso in discussione i diritti acquisiti.
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