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 Libia. Donne in abiti tradizionali, foto postata Tornatrás Balikbayan box, 22.02.2011
“Una delle principali componenti dei ribelli libici, l’organizzazione femminile Nisa’a libya al hurra, Le donne della Libia libera, si è rivolta al Comitato per i Diritti Umani dell’ ONU pubblicando un comunicato nel quale si dichiara “scioccata” dalle proposte del presidente del Consiglio Nazionale di Transizione, CNT, Mustapha Abedel Jalil che ha promesso di instaurare la sharia, e di abrogare la legge che vieta la poligamia. Secondo l’organizzazione femminile il discorso di Abdel Jalil tradisce quanto sta avvenendo in Libia perché, “di fatto ha spogliato le donne libiche del diritto di scegliere liberamente i propri mariti”, lo ha fatto “ apertamente e pubblicamente”, “in maniera dittatoriale”, come se si trattasse di pezzi di carne di donna con i quali il CNT vorrebbe ricompensare gli uomini che hanno combattuto. A Mustapha Abdel Jalil, che il 23 ottobre scorso ha annunciato la sospensione di tutte le leggi contrarie alla sharia, citando tra esse la legge sul matrimonio ed il divorzio che si oppone alla poligamia, l’organizzazione chiede anche di sapere quale sarà la sorte delle donne stuprate durante il confitto, delle vedove e delle madri capofamiglia, tanto dei combattenti delle truppe di Gheddafi quanto quelle dei ribelli del CNT, insistendo sul fatto che “la mentalità libica è tale che queste donne non potranno più avere un focolare ne crearsi un avvenire”. Nel comunicato, Nisa’a libya al hurra prende a testimone la comunità internazionale, e ricorda ancora al CNT che la drammatica sofferenza delle donne libiche è una delle sue priorità. L’organizzazione sottolinea tra l’altro che le donne con bambini di precedenti matrimoni generalmente non si risposano, poiché i costumi tribali proibiscono ad un uomo di sposare una donna più grande si lui di due mesi, e ancora meno una divorziata o “ nera di pelle”. Nisa’a libya al hurra, che ha annunciato la sua intenzione di avviare una campagna internazionale, afferma di conoscere i rischi che le sue associate corrono per questa azione, ma “ i Libici che sono usciti a fare la rivoluzione del 17 febbraio per la libertà e non per disporre di harem”, “ il popolo, inteso come uomini e donne, è sceso in piazza per la libertà e non per la legge sul matrimonio”. E’ deplorevole, continua il comunicato che “ gli attentati alla rivoluzione vengano dagli stesi Libici.”. Mustapha AbdelJalil, accusa Nisa’a libya al hurra, non ha il diritto come nessun’altri del CNT di promulgare leggi o di abrogarne, e non ha alcun mandato popolare per farlo, “tutto quello che i Libici decideranno sul piano legislativo deve essere fatto in maniera costituzionale, nel quadro delle istituzioni, e non da qualcuno che s’improvvisa come nuovo Mufti, arrogandosi il diritto di organizzare la vita della gente.”. Abedl Jalil, secondo l’organizzazione ha tenuto un discorso sulla liberazione ma ha detto cose contro la libertà, eppure “la fine di Gheddafi non ha segnato la fine del potere personale?”. Le donne libiche, insiste Nisa’a libya al hurra, devono avere una pari rappresentanza politica in seno al governo, ed il diritto di candidarsi alle elezioni. Secondo molti osservatori, la presa di posizione dell’organizzazione femminile conferma nei fatti la situazione esplosiva che minaccia di gettare il paese nella guerra civile. All’indomani della partenza della Nato, il CNT non ha ancora tutto il consenso e le violenze non sono cessate. “I miliziani continuano le spedizioni punitive, dopo Sirte è stata la volta della città di Tuarga, ex-bastione gheddafista, dove le persecuzioni si abbattono sugli abitanti che hanno avuto la sola colpa di proclamare il loro sostegno alla “Guida” durante il conflitto.”. Secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, le milizie sparano sulla gente disarmata, procedono ad arresti arbitrari, torturano detenuti, effettuano esecuzioni sommarie. Sarah Leah Whitson, direttrice per l’Ong nel Medio oriente, si appella al CNT perché ponga queste milizie armate sotto un comandante unico, e venga permesso ai sostenitori di Gheddafi di essere giudicati dalla legge e non dalle armi.
>>Women Under Muslim Law. Di quale Sharia parla il Comitato Nazionale di Transizione Libico?
"Il primo atto pubblico del Comitato Nazionale di transizione libico è stato quello di proclamare, il 23 ottobre 2011, l’annullamento di un buon numero di leggi esistenti per rimpiazzarle con la “sharia”. Come è noto, il Comitato Nazionale di transizione è un governo provvisorio incaricato, dopo la caduta del regime di Gheddafi, di mettere in atto i meccanismi necessari ad organizzare l’elezione di un nuovo governo democratico. Non ha dunque alcun diritto di mettere oggi mano alle leggi esistenti, cancellando d’autorità norme e modificando codici senza un chiaro mandato popolare.”. La denuncia è dell’associazione Donne sotto Leggi Musulmane, organizzazione internazionale di giuriste ed esperte di diritto nei diversi Pesi islamici, che sottolinea come le norme annullate di fatto in Libia siano quelle che riguardano direttamente i diritti acquisiti delle donne nella famiglia e nel lavoro. Sostituite con la “sharia”. L’inganno è proprio qui, dicono le giuriste di WLUML, che sollevano un buon numero di questioni sulle dichiarazioni del Comitato libico di transizione.
Il punto di partenza riguarda la questione “democrazia”. Il Governo provvisorio succede ad un governo autocratico, quello di Muhammar Gheddafi, in nome della democrazia. Se si accetta l’idea che la democrazia è la volontà del popolo espressa attraverso le urne, occorre mettere in atto metodi democratici concreti e trasparenti per permettere la più ampia consultazione di popolo. Invece, il primo atto del Governo di Transizione è stato quello di governare per decreto. Ma le leggi non possono essere annullate per volontà di uno o più dirigenti, eventualmente devono essere riformate, dopo una consultazione democratica, per volontà e voto del popolo. Agire diversamente significa rimpiazzare un capo non democratico con un altro, significa confondere la democrazia con l’autocrazia, la monarchia o l’oligarchia. Per questo, dicono le donne di WLUML, “sosterremo tutte le iniziative delle associazioni indipendenti di donne e della società civile libica tese ad esigere l’applicazione nel Paese di regole democratiche.”.
Punto secondo. Quali sono le leggi annullate di fatto e rimpiazzate con norme religiose, con la “sharia”. Sono quelle che riguardano specificatamente i diritti delle donne nel matrimonio, divorzio, custodia dei figli, poligamia, eredità, ecc. Cioè, i codici della famiglia o le leggi di statuto personale. Dunque, le donne libiche sono direttamente implicate nel cambiamento legislativo ordinato dal Governo provvisorio e, in questo processo politico, perdono molti dei diritti acquisiti.
Punto terzo. Di quale “sharia” stiamo parlando? Qual è quella invocata nella dichiarazione libica? Le ricerche condotte da WLUML sulle leggi dette “islamiche”(1) , cioè le leggi che si appellano alla giurisprudenza islamica o Figh (spesso sbrigativamente chiamate in blocco “sharia”) o che vengono dichiarate “conformi alla “sharia”, mostrano che esse variano da un Paese all’altro. Prova che sono uscite dalle mani degli uomini e che non sono divine. In queste leggi, inoltre, ci sono spesso elementi di cultura e di tradizioni che non hanno niente a che vedere con la religione, e persino pezzi di leggi coloniali utili agli interessi locali del patriarcato. E’ così che tradizioni locali come la “muta’a” (matrimonio temporaneo) o le mutilazioni genitali femminili sono state qui e là adottate come fossero parte integrante della “religione”. E’ così che in Algeria all’indomani dell’indipendenza, negli anni Sessanta del Novecento, venne riesumata la legge francese del 1922 (nel frattempo in Francia cambiata) per privare le cittadine di ogni accesso alla contraccezione e all’aborto. In Mali, il Codice della famiglia promulgato nel 2009 è stato immediatamente dichiarato “non conforme alla sharia” da parte delle organizzazione tradizionaliste musulmane che hanno scatenato un putiferio - benché il Codice fosse stato votato democraticamente da musulmani non conservatori, ivi compresi delle donne, e da laici -, e il Presidente l’ha sospeso sine die. Ecco che cosa sono democrazia e “sharia” in un paese che oltretutto ha firmato convenzioni internazionali sui diritti delle donne. Di recente, l’Arabia Saudita è stata sotto pressione per aver proibito alle donne (per decenni) di guidare e di votare sulla base della sua interpretazione del “Fiqh”. Adesso, è la volta della Libia, paese che ha firmato anch’esso le convenzioni internazionali per i diritti delle donne e contro l’eliminazione di tutte le discriminazioni di genere.
Se ci atteniamo solamente al punto di vista religioso, è vero che il Corano può essere interpretato in modi differenti. La divergenza di opinioni (“iktilaf”) è una tradizione ammessa dall’islam. Nel 1956, la Tunisia prese la decisione storica di proibire la poliginia – detta poligamia - appoggiandosi sul fatto che se un versetto del Corano esige che le quattro mogli siano trattate in modo perfettamente uguale, in realtà sta indicando l’impossibilità per un uomo di conformarvisi. Nel 1962, l’Algeria ha utilizzato a sua volta lo stesso versetto per autorizzare un uomo ad avere quattro mogli, legittimando la poligamia. Quale di queste versioni contraddittorie è la “sharia”? Di sicuro, continuano le esperte WULML, l’utilizzo interessato di questa parola serve a dare una falsa legittimità religiosa alle interpretazioni patriarcali della religione, ed alla sopravvivenza delle tradizioni patriarcali locali. L’associazione lancia un’allerta alle organizzazioni di donne e alle forze progressiste, “vigiliamo sulle contraddizioni tra la pretesa di democrazia e l’utilizzo di decreti che applicano leggi religiose mal definite”, e invita alla protesta “verso i governi e i gruppi politici che giustificano le loro decisioni patriarcali nel nome della “sharia”.
* Knowing Our Rights Family, Laws and Customs in the Muslim World, London, 2006, http://www.wluml.org/node/588.
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