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 "Tieni la via di mezzo o Icaro, ti raccomando; così se andrai basso l'onda appesantirà le penne, se troppo in alto, il sole le brucerà… Vola tra l'una e l'altra: prendi la strada che io ti mostrerò (…) Allorché il giovinetto cominciò a godere dell'audace volo e abbandonò la sua guida; attratto dal desiderio del cielo, tenne un cammino più alto. La vicinanza del cielo ardente rammollì la cera profumata che teneva unite le penne, ed egli, battendo le braccia nude, privo di remeggio, non trovava non trovava appiglio che potesse sostenerlo nell'aria. La sua bocca mentre invocava il nome del padre, fu chiusa dall'azzurro mare che da lui prese il nome ...(…) Il padre (…) seguitava a chiamare "Icaro" ma quando vide le penne sparse sulle onde maledisse la sua arte". (Ovidio, Metamorfosi)
0. Voli di cera: Icaro, i/le precari/e del XXI secolo Grandi progressi dai tempi mitologici della bottega di Dedalo, ottimo fabbro iniziato da Atena in persona all'arte della creatività artigiana. Sì, perché allora i prototipi di ali di cera progettati furono solo due, e limitatamente realizzati per favorire Dedalo e il figlio Icaro nella fuga da Creta nonostante le minacce di Minosse mentre oggi, e da quasi un decennio ormai (nel 2013 festeggeremo infatti i 10 anni del D.Lgs. n. 276 "Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro”, decreto che ha ufficialmente battezzato il lavoro atipico come delfino del regno dell’instabilità professionale), “ali di cera” vengono prodotte in serie nella fatiscente fabbrica degli orrori delle (non)piattaforme di programmazione politico-economica governativa. Quindi consegnate gratuitamente, senza impegno e direttamente a casa, ad ogni giovane (15-24 anni) e giovane adulto/a (25-40 anni)che maturi quella (personalizzata) soglia anagrafica in cui i ridotti confini della “Creta del XXI secolo” – un’inquietante adolescenza diluita ormai ai 40 anni – stringono a tal punto le spalle dei propri desideri ed ambizioni di una costruzione identitaria adulta, da far preferire la dolorosa e mortificante attaccatura di novellate “ali di cera”, appunto, con cui spiccare il proprio volo professionale in un torvo cielo molto simile all’orizzonte cartonato di “The Truman Show”. Nell’odierno mercato delle tentacolari e perverse modulazioni del lavoro atipico, ai/alle novelli/e pre(I)cari è imposto proprio come all’Icaro della mitologia – mai così incarnato! – di “non volare né troppo in basso” - abbandonando il mercato del lavoro e così precipitando nel sempre più capiente mare dell’inattività - “né troppo in alto” - aspirando ad esempio ad un lavoro a tempo indeterminato e con un inquadramento appropriato al proprio percorso ed impegno formativo: il sole cocente della disillusione scioglierebbe le ali dei/delle pre(i)cari, nuovamente sospinti/e verso il mare dell’emarginazione socio-economica per non aver accettato un inserimento “nel mezzo”, “d’incastro”, quasi “in sospensione”. In quel limbo frastornante e confondente dove non è realizzazione personale ma non ancora disperazione e resa; dove non è possibile l’ambizione ma nemmeno unica strada la resa e la rassegnazione; dove non è abitabile l’agio ma nemmeno impossibile la sopravvivenza; dove è amara l’appartenenza ad un’adolescenza strascicata, ma non convinta e combattiva l’identificazione con l’adultità. Quella striscia di volo a mezz’ala così utile al nostro mercato del lavoro, che “sull’episodicità” dell’identità professionale di giovani/giovani adulte costruisce il suo utile e la sua inerzia (in)sostenibile.
1. Di identità episodiche sospese a mezza quota I voli professionali dei/delle nuovi/e Icari sono voli che raccontano di vite frammentate, di identità quasi “episodiche” nel loro essere così liquide e flessibili. La garanzia di un’appartenenza e di un’identità sociale, economica, professionale, abitativa, accorcia sempre di più il suo raggio di durata, poiché ogni appartenenza e identità si palesa poi sempre provvisoria, negoziabile e revocabile. In una (di)organizzazione economica sistemica – implicita ed esplicita – che costringe ogni giovane ad una coesistenza di molteplici “presenti”, in una sfida di intrecci lavorativi, geografici, psicologici non soltanto mai sperimentati nel passato della convivenza umana, ma anche difficilmente gestibili ed elaborabili nella sfida personalissima eppure universale di strutturare serenamente e compiutamente il proprio esser-ci sociale ed individuale. Non è possibile per i/le precari/e volare a scoprire e costruire in alto, nella compiutezza di un percorso lineare, la propria identità. Il volo verso l’adultità e la piena partecipazione alla costruzione sociale diviene una rappresentazione posticcia in cui rigenerare continuamente nuove motivazioni per resistere in quel volo a mezza quota, galleggiando sospesi/e in una modernità che non concede tempo per l’identità e il distinguersi. Le variegate forme dell’attraversare il sociale, dalla partecipazione al mercato del lavoro, alla conciliazione della vita familiare con quella professionale, ai turbinii degli spostamenti per assecondare luoghi e dimensioni del proprio quotidiano, alla moltiplicazione delle sfere di affettività e di scambio relazionale, lungi dall’offrire una più ampia varietà di dimensioni in cui esprimere la propria identità, spesso non concedono, per la fragilità temporale che ne connota la loro sovrapposta pratica e praticabilità, tempo sufficiente per solidificarle in festose cornici identitarie in cui sviluppare traiettorie esistenziali a lungo termine. Precarie e precari, discendenti diretti/e di Icaro sospeso a mezz’aria, devono scindersi – e non approfondirsi – in sequenze cicliche di progetti a breve e brevissimo termine, per i quali categorie come “la carriera”, “la famiglia”, la “visione del proprio futuro” appaiono quasi grottesche. Scompare la prospettiva. Permane la sospensione.
2. Posso entrare? I/le giovani lavoratori/trici e l’uscio del mercato del lavoro La crisi ha acceso gelidi riflettori sui nodi di fondo del mercato del lavoro italiano, sottolineando le forti disparità territoriali, la segmentazione fra italiani/e e stranieri/e, il diffuso scoraggiamento che prelude all’incremento dei tassi di inattività. Ma certamente un’inquietudine amara affonda la cronaca quando mensilmente vengono snocciolati i dati sull’occupazione e la disoccupazione delle generazioni giovani (25-40) e giovanissime (15-24), e su un “invito” ad entrare nel mercato del lavoro che però poi indugia, tentenna proprio sull’atrio della stipula di un contratto dignitoso, intrappolando giovani donne e giovani uomini su quell’uscio della costruzione personale e socio-economica, da cui prima o poi si spera di poter passare quantomeno nell’ingresso di un’abitazione professionale. E se gli ultimi tassi di occupazione della statistica ufficiale parlano di un’occupazione fra i 15 e i64 anni paralizzata al 57,3% in totale, con le donne confinate ad un bassissimo 46,7% (cfr. fig. 1), i/le giovani fra i 15 e i 24 anni presentano un tasso di occupazione al 19%, con le donne ancora schiacciate ad un modesto 14,9% (cfr. tab. 2). Il Mezzogiorno poi, in entrambi i tassi presenta valori sconfortanti: il tasso di occupazione femminile si riduce al 31% fra i 15-64 e al 10,4% fra i 15-24 anni.
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