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| Incubo o occasione di ripensamento per la Comunità internazionale? |
| Nino Sergi, Intersos |
| Venerdì 02 Luglio 2010 12:05 |
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Cosa sta succedendo in Somalia? Tre milioni di persone in grave stato di necessità. Cinquecentomila rifugiati assistiti nei paesi limitrofi. Una diaspora di due milioni di somali fuggiti dal paese e presenti in Europa, America del Nord e Medio Oriente. Venti anni di instabilità, guerra civile, dissidi interni e di conseguenti interventi della Comunità internazionale. Istituzioni fragili accerchiate da un jihadismo aggressivo. Pirateria in crescita nei suoi mari. Se ne parla ormai molto poco in Italia. Eppure si tratta di un paese che non può essere dimenticato: ci sono dei legami storici, decisioni internazionali che hanno associato la Somalia all’Italia, un vissuto di decenni di presenza e collaborazione, nel bene e nel male, che hanno costruito rapporti politici, professionali, culturali. Si tratta di un patrimonio politico e umano che non può essere annullato né dimenticato, ad iniziare dalla Politica. In verità, i Governi italiani hanno sempre manifestato il proprio interesse verso questo paese, anche nei due ultimi decenni di guerra civile e di fragilità istituzionale, dal 1991 ad oggi. Interesse che non sempre si è tradotto in azioni concrete e nell’assunzione di quelle responsabilità che i somali e l’insieme della Comunità internazionale si sarebbero aspettati. La difficile situazione può in parte spiegare ma non può giustificare questo divario tra l’affermato interesse, ribadito più volte dallo stesso Ministro Frattini e l’effettivo ruolo assunto, non all’altezza delle attese. Essendo INTERSOS presente in Somalia da quasi vent’anni, ci proponiamo di riportare l’attenzione su questo paese. Cercheremo di esprimere alcune analisi e valutazioni sulla complessità della sua realtà. Lo sentiamo doveroso, dato che la dimensione umanitaria è strettamente legata alla situazione politica, al conflitto, alle scelte spesso sbagliate. Inevitabilmente, i giudizi critici sono più numerosi delle proposte per il futuro, divenute sempre più difficili anche a causa degli errori commessi. Ma è proprio la loro individuazione che può permettere il cambiamento, divenuto indispensabile e urgente. I nostri limiti sonoquelli di un’organizzazione umanitaria, il cui mandato non è la ricerca e l’analisi politica ma il soccorso delle popolazioni in pericolo e in estremo bisogno: siamo però abituati a farlo cercando di capire il contesto in cui operiamo, stabilendo rapporti veri e profondi e, quando ci sono le condizioni, cercando di favorire il dialogo e la pace. Partendo dai giorni recenti, procederemo per punti, limitandoci ad alcuni che consideriamo più importanti, riprendendo anche alcune considerazioni che facevamo un anno fa e che riteniamo tuttora valide. (V. “La principale ragione della debacle somala: non avere voluto ascoltare le ragioni dell’altro. Critica di un disastro annunciato”, Roma, 4 giugno 2009). 1. MAGGIO 2010. Conferenza internazionale di Istanbul sulla Somalia2 Occorre uscire dalla liturgia celebrativa della Conferenza per poter valutare cosa sia rimasto dell’ambizioso titolo “The political, security and reconstruction Conference for Somalia” e cosa sia stato sottaciuto; per capire, cioè, il senso di questa iniziativa, pur lodevole, in questo particolare momento della Somalia che richiederebbe, senza ulteriori ritardi, un’accurata valutazione di quale nuova e diversa strategia adottare per uscire dall’attuale disastrosa situazione. Presenti il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-mun, il Presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e alti rappresentanti di 55 Stati e 12 organizzazioni internazionali, la conferenza di Istanbul ha prodotto una dichiarazione che ricalca ancora una volta il linguaggio di molti precedenti documenti: apprezzamento per l’azione svolta, impegno a sostenere le Istituzioni Federali Transitorie (IFT), rifiuto della violenza e dell’estremismo, necessità dell’inclusione, della riconciliazione e del rafforzamento delle forze di sicurezza al fine di garantire un contesto di stabilità e sviluppo e così via. I tre giorni della conferenza intendevano avviare un rilancio dell’economia del paese con un piano di ricostruzione in partnership tra pubblico e privato, con ampio spazio alla business community. Si è discusso della connessione tra stabilità e sviluppo, dei settori considerati prioritari (telecomunicazioni, infrastrutture viarie, bestiame e pesca, relazioni commerciali, sistema bancario e rimesse, energie alternative) e del ruolo primario del settore privato, ma è stata rimandata ogni decisione, dato che la conferenza “looks forword to further consideration of a business compact for Somalia”. Infatti, per avviare qualsiasi ricostruzione e processo di sviluppo nazionale, occorrerebbe avere una chiara visione di cosa stia succedendo e del perché si è arrivati a questo punto, di come sia possibile uscirne e con chi, con quali scelte politiche e quali strumenti, con quale iniziativa somala, con quali problemi regionali da chiudere, con quali alleanze e quale impegno e coordinamento internazionale che superi gli specifici e spesso contrapposti interessi. Queste vitali problematiche non sono entrate nell’agenda della conferenza, se non come sfondo per affermarne l’esistenza, ma senza alcuna indicazione e decisione per poterle decisamente affrontare. Davanti alla drammatica situazione della Somalia, suona stonato leggere che la conferenza ha rappresentato “a significant contribution to the efforts towords achieving peace and development in Somalia”. E’ stata insomma riaffermata l’assenza di un’efficace e condivisa linea strategica, mentre è stato ulteriormente evidenziato il distacco tra le discussioni e preoccupazioni della Comunità internazionale e la realtà vera del paese, con le sue fragili istituzioni, i conflitti interni, un’opposizione armata che controlla già 8 su 9 regioni del centro-sud del paese e i 4/5 di Mogadiscio, la crescente pirateria e con due grandi regioni che rivendicano e vivono una propria autonomia. Nella dichiarazione si nota un linguaggio nuovo, quasi ad esprimere un passo indietro della Comunità internazionale con un velato scaricamento delle responsabilità sul Governo Federale transitorio (GFT) pur sapendo che non potrebbe fare nulla senza il sostegno esterno. Vengono usate attentamente due diverse forme verbali, must e should: il GFT ‘must’, ‘deve’, mentre la Comunità internazionale ‘should’, ‘dovrebbe’, come se i paesi dell’ICG non intendessero assumere responsabilità vincolanti ma solo valutare di volta in volta e secondo i propri interessi quanto e come impegnarsi. Un pessimo segnale per le istituzioni transitorie, pur rappresentando un momento di verità politica di cui occorrerà tenere conto. Anche l’apprezzamento per l’impegno dell’AMISOM, la missione militare di stabilizzazione dell’Unione Africana (UA), non viene accompagnato da alcun interrogativo sul mandato assegnatole di difendere le IFT e le personalità che le compongono senza però alcuna possibilità di intervenire a soccorso e tutela della popolazione. Ci si è fermati cioè alla sola sicurezza dello Stato, che non genera speranza nella popolazione, mentre la carta vincente stava proprio, come in quasi tutti i post conflitti attuali, nella garanzia della sicurezza ai cittadini e alle loro attività. Una missione militare che dovrebbe favorire la stabilità e la pace è vissuta così come parte del conflitto in atto, come ulteriore fattore di instabilità. Il tema della pirateria è stato richiamato, dato il triplicato numero di pirati nel 2009 con attacchi raddoppiati di anno in anno. Toccando nel vivo la Comunità internazionale esso rimane un tema a parte, quasi non riguardasse la Somalia e la sua difficile situazione interna e non si collegasse strettamente a quel business compact che era al centro del dibattito della conferenza. Le ragioni e le preoccupazioni dei somali pesano poco nelle valutazioni internazionali Che un migliaio di pescherecci agissero da anni indisturbati nelle acque che circondano la Somalia, con un pescato stimato a più di 200 mila tonnellate annue valutato in almeno 450 milioni di dollari, totalmente esentasse e con gravi conseguenze sul depauperamento della fauna marina e sui pescatori somali, è stato sempre considerato normale dalla Comunità internazionale. Alcuni somali, in particolare nella regione settentrionale del Puntland, non hanno più inteso considerarlo tale, procedendo con metodi propri, sbagliati certo, ma senza alternative. La giusta lotta internazionale alla pirateria sarebbe più credibile ed efficace se al contempo si stabilissero regole, condivise con le autorità somale, contro la pesca clandestina e il saccheggio di quei mari e fossero aiutati a crescere, con le tasse ai pescherecci, i pescatori e le comunità costiere del Puntland. Recenti autorevoli posizioni stanno riproponendo questa strategia che mette l’attenzione primaria sulla terra, sulle cause del problema, piuttosto che sul mare3: difficile, dato il peggioramento della situazione, ma da perseguire con decisione. Sono stati inoltre sottaciuti la critica situazione istituzionale e il conflitto costituzionale che si stavano consumando in quei giorni a Mogadiscio. Lo si è fatto forse per non evidenziare le pressioni del Rappresentante Speciale del Segretario Generale Ban Ki-mun (RSSG) sulle scelte del Presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed che ha dovuto rimangiarsi in poche ore le decisioni frutto di tali pressioni. Il Parlamento ha saputo reagire mostrando una vitalità che si spera possa ora continuare, dopo i molti mesi di disimpegno con le molteplici assenze dei parlamentari e la conseguente paralisi dell’Assemblea. Si è anche glissato in merito alla complicata alleanza tra il GFT e l’Ahlu Sunna Wa-l-Jama’a (ASWJ), il raggruppamento islamico sufi in lotta contro le opposizioni oltranziste islamiche, che ha quindi preteso una condivisione del potere nel GFT, pur intendendo mantenere una propria autonomia militare. 2. MAGGIO 2005. Le NU assumono la guida del sostegno internazionale alle istituzioni somale Ci siamo soffermati sulla Conferenza di Istanbul perché dà l’idea di come le Nazioni Unite (NU) stiano percependo la situazione somala. A leggere il rapporto sulla Somalia, presentato dal Segretario Generale al Consiglio di Sicurezza (CdS) l’11 maggio scorso, appaiono evidenti i veli che l’UNPOS, Ufficio Politico delle NU per la Somalia, continua a stendere, forse per nascondere al CdS la tragica realtà del paese. Pur evidenziando gli innegabili problemi di quella che è da tutti ritenuta una delle più difficili crisi al mondo, il rapporto è centrato sul lavoro che è stato fatto dal GFT, dalle NU e dalla Comunità internazionale, presentandolo come un insieme di significativi progressi e successi. E’ evidente che ci riferiamo qui alla leadership politica delle NU incaricata di seguire la Somalia e non alle Agenzie dell’ONU, umanitarie e di sviluppo, che stanno operando con grandi difficoltà, cercando di dare risposte ai bisogni di circa 3 milioni di persone in grave stato di necessità sia nel paese che in quelli limitrofi in cui sono fuggiti. I precedenti rapporti al CdS sono dello stesso tenore: non potrebbe essere altrimenti, dato che sono preparati dallo stesso UNPOS che mai ammetterebbe i propri insuccessi da quando le NU, con l’arrivo nel maggio 2005 del RSSG, François Fall, hanno assunto la leadership e il coordinamento del supporto internazionale alla nuova fase costituzionale. Gli accordi della Conferenza di pace avevano infatti definito, l’anno precedente a Nairobi, la composizione del Parlamento e la nuova Costituzione federale transitoria con il relativo insediamento e processo istituzionale. Un secondo RSSG, Mahmadou Ould Abdallah, ha sostituito Fall dopo la sua rimozione nell’agosto 2007 ed è anch’egli in procinto di terminare il proprio mandato. Chi sarà il prossimo Rappresentante Speciale per la Somalia? La scelta dovrà cadere su una persona con capacità politiche e visioni strategiche di prim’ordine e con quelle doti di coinvolgimento e di mediazione che sono finora mancate. Visti i risultati di questi cinque anni di leadership delle NU, sarebbe forse opportuno valutare attentamente se sia ancora questa la via da seguire o se non occorra immaginare forme di coordinamento internazionale con responsabilità più condivise. Ciò che impressiona è l’assenza di un’attenta valutazione critica dei rapporti periodici al CdS con il mitigato quadro che cercano ogni volta di presentare enfatizzando i successi del lavoro svolto. I meriti vanno certamente riconosciuti, ma che questo lavoro possa essere stato talvolta errato e controproducente, da quel maggio 2005 in poi, sembra non interessare. Essere convinti multilateralisti non può significare bendarsi gli occhi. Già nello scorso giugno 2009, in occasione della riunione a Roma dell’International Contact Group (ICG), la coalizione internazionale interessata alla Somalia5, avevamo posto la domanda se non fossero proprio i ripetuti errori della Comunità internazionale ad aver contribuito al degrado della situazione: “L’interrogativo è pesante, fastidioso, ma occorre porselo con coraggio. I somali ed in particolare gli esponenti delle IFT hanno gravissime responsabilità, ma ciò che oggi colpisce è l’impressionante divario tra la visione e l’azione internazionale (talvolta con gli autocompiacimenti dei documenti ufficiali) e l’evoluzione della situazione somala”. Andrebbero evidenziate inoltre le frequenti interferenze del RSSG nelle decisioni delle IFT, fino ad entrare nelle dispute interne, contribuendo così alla perdita di autorevolezza delle istituzioni somale e della stessa carta costituzionale e divenendo, inevitabilmente, parte del problema somalo. Si tratta di interferenze e pressioni presentate spesso a nome di una comunità internazionale non adeguatamente o solo parzialmente interpellata, svuotando così i meccanismi di coordinamento politico stabiliti. I recenti avvenimenti in merito alla presidenza del Parlamento somalo, alla presunta ‘sfiducia’ al Primo Ministro, ai contraddittori pronunciamenti del presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed che hanno portato ad una grave crisi istituzionale, sono solo l’ultimo esempio. Alcuni paesi dell’ICG hanno, dal canto loro, favorito e influenzato questo approccio. Si è messo così a rischio, dequalificandolo, il ruolo di leadership, coordinamento e mediazione politica delle Nazioni Unite e si sono rese più fragili le istituzioni somale.
3. Un utile sguardo agli anni recenti. Dopo varie inconcludenti conferenze di pace, quella di Nairobi, in Kenya, si chiude nel 2004 con l’approvazione della Costituzione, l’istituzione di un Parlamento transitorio, la nomina del Presidente Abdullahi Yusuf e la formazione di un Governo di transizione. Il rientro in Somalia delle nuove istituzioni avviene nel 2005 a Jowhar e a Baidoa, due cittadine a un centinaio di km dalla capitale Mogadiscio, ancora insicura. Al nord, il Somaliland ha dichiarato l’indipendenza unilaterale fin dal 1991 e il Puntland, pur partecipando pienamente al processo, ha sviluppato un proprio cammino di autonomia; mentre gran parte delle regioni centro-meridionali, compresa la capitale, sono sotto il controllo dei warlords. Si trattava comunque di una novità importante e di un momento positivo e di grande speranza, oltre che di relativa stabilità, con un programma costituzionale che andava sostenuto con convinzione. Con la fine del bipolarismo, i processi di transizione dopo un conflitto interno non sono affatto lineari, ma devono affrontare difficoltà e talvolta scontri con chi quei processi ha rifiutato, come è stato in Somalia, nel 2005, con l’opposizione dei warlords. La Comunità internazionale, pur dichiarando appoggio politico alle nuove IFT e impegni finanziari significativi, non l’ha fatto con le necessarie convinzione, rapidità ed efficacia, talvolta ammiccando ai warlords antigovernativi. Alcune paesi hanno perfino considerato questi ultimi al pari delle nuove Istituzioni, rafforzandone così la loro fragilità. Queste hanno mostrato presto, comunque, anche la propria debolezza intrinseca: un insieme di presenze su base clanica (con una precisa ripartizione stabilita dagli accordi di Nairobi, che spesso non rispecchia i reali equilibri e poteri sul territorio), primariamente volte all’interesse proprio e del proprio clan . Alla debolezza istituzionale si contrappose a metà del 2006 la formazione dell’Unione delle Corti islamiche che sono riuscite ad assicurare, in pochi mesi, stabilità e sicurezza nella capitale con il suo milione di abitanti. Si trattava di una realtà interclanica, politicamente disomogenea, la cui forza era basata sulla religione e sull’applicazione severa, anche se confusamente interpretata, del diritto islamico. Nulla a che vedere con il paventato terrorismo internazionale. Invece di cercare di capire questa realtà e di avviare un costruttivo dialogo per favorire un nuovo passo verso la pacificazione del paese, su pressione dell’Amministrazione Bush si è preferito sostenere i “signori della guerra” in un’avventurosa offensiva contro le Corti che si è presto dimostrata perdente, rafforzando così le Corti stesse e delegittimando le Istituzioni transitorie. Queste chiedono aiuto all’Etiopia che, a fine dicembre 2006, entra militarmente in Somalia, fino a Mogadiscio da dove fuggono le Corti. La presenza etiopica non ha prodotto alcun risultato positivo perché invisa alla maggioranza della popolazione e ad alcuni parlamentari che si sono dissociati dando vita in Eritrea, insieme ad una parte delle Corti, all’Alleanza per la Ri-Liberazione della Somalia (ARS). L’invito del nuovo Primo Ministro Nur Hassan Hussein al dialogo e alla riconciliazione porta, nel maggio 2008, all’avvio di una trattativa tra il GFT e la parte dell’ARS legata a Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, autorevole leader delle Corti islamiche e Sharif Hassan, ex presidente del Parlamento. L’accordo di Gibuti del successivo 19 agosto definisce un nuovo Parlamento e nomina Primo Ministro Omar Abdirashid Ali Sharmarke. Dopo le forzate dimissioni dell’ormai inadatto Presidente Abdullahi Yusuf nel dicembre 2008, viene completato il ritiro etiopico, condizione indispensabile per il perfezionamento degli accordi. Il RSSG, invece di rafforzare la presenza delle istituzioni in Somalia, nel gennaio 2009 organizza e finanzia la sessione del Parlamento somalo a Gibuti, svuotando la sede di Baidoa che pochi giorni dopo è stata occupata dagli Shabab mujahidin. Il 30 gennaio 2009 l’Assemblea nomina Sheikh Sharif Sheikh Ahmed presidente transitorio della Repubblica Federale Somala. I parlamentari, però, non possono più ritornare a Baidoa: si moltiplicano così le già frequenti permanenze all’estero, con la conseguente paralisi del Parlamento. L’accordo di Gibuti ha creato una gravissima spaccatura con le altre componenti della primitiva Unione delle Corti islamiche. Queste, Hisbu-l-Islam e la predominante Harakah al Shabab Mujahidin, anche se in contrapposizione e se divise al proprio interno, sono riuscite a penetrare il territorio centro meridionale in modo diffuso, regione dopo regione, mentre il GFT rimane assediato in uno spazio di azione di pochi km quadrati in Mogadiscio, difeso dalle truppe dell’Unione Africana. E’ utile qui fare due osservazioni. 1. Invece di accelerare la realizzazione degli accordi di Gibuti con un’attiva presenza in Somalia delle nuove Istituzioni, sostenute dalla Comunità internazionale, e con l’attuazione piena di quanto stabilito (in particolare i due Comitati sulla cooperazione politica e riconciliazione e sulla sicurezza), l’UNPOS ha tergiversato, optando per un susseguirsi di conferenze, riunioni, incontri informativi, gruppi di studio che hanno tenuto per mesi fuori dal paese, in Kenya, Gibuti, Sudafrica (con diarie superiori alle retribuzioni mensili somale) persone che dovevano garantire l’immediato funzionamento delle IFT e dimostrarne la vitalità e capacità di iniziativa, dai parlamentari ai membri del Governo. Altre forze, quelle ostili al processo di Gibuti, hanno saputo e facilmente potuto sostituirsi alle istituzioni sul territorio, occupandolo progressivamente nel giro di pochi mesi. 2. D’altro canto, fin dai primi anni ‘90 le stesse organizzazioni internazionali avevano decretato di uscire dalla Somalia, preferendo la più sicura e comoda postazione di Nairobi, sprecando così molte possibilità, specie nei periodi in cui la presenza sarebbe stata possibile, oltre che utile. Non è la stessa cosa aiutare un paese dall’esterno o aiutarlo risiedendovi, vivendo a fianco della popolazione e delle istituzioni. Si è data da sempre priorità a Nairobi e alle esigenze della sua comunità internazionale. E’ stata tollerata un’esagerata “gestione a distanza” delle iniziative politiche e dei progetti, fino al colmo di far sentire anomale le organizzazioni che avevano scelto di rimanere in Somalia. Si è lavorato “per”, indubbiamente, ma non è stata data priorità al lavorare “con”, garantendo all’azione quel valore aggiunto che avrebbe potuto forse contribuire a una diversa evoluzione delle cose. 4. Dove va la Somalia? Si parla molto delle divisioni delle opposizioni e in particolare di quelle interne al movimento shabab. Sono probabilmente vere e anche gravi, ma alcuni fattori riescono a porle in secondo piano, in particolare la presenza di truppe straniere sul territorio somalo e il carattere “jihadistico” della guerriglia contro di esse, il collante del fanatismo e il rapido successo ottenuto in un anno dall’inizio dell’ offensiva iniziata nel maggio 2009. Pur rimanendo differenze profonde negli obiettivi dei gruppi oltranzisti e tra le stesse realtà shabab, l’esigenza di unire le forze in questa fase è destinata a prevalere. E’ di pochi giorni fa, il 27 maggio scorso, l’appello lanciato da Sheikh Hassan Dahir Aweys, leader dell’Isbu-l-Islam, perché i diversi gruppi islamisti si uniscano nella lotta al GFT: «L’unità di tutti gli islamisti è un dovere se vogliamo sconfiggere il comune nemico … Dobbiamo quindi sapere superare i nostri egoismi e rinunciare alle nostre ambizioni di supremazia». Sull’altro lato, nella comunità internazionale non sembrano esserci significativi ripensamenti e apprendimenti dagli errori commessi, né alcuna efficace e condivisa strategia per il concreto rafforzamento delle istituzioni e per l’avvio di iniziative che portino, anche contro ogni evidenza, alla ripresa del dialogo politico con tutte le opposizioni senza accumulare ulteriore ritardo. Vi è una sorta di ‘palleggiamento’ nella richiesta di maggiore attenzione e impegno da parte della Comunità internazionale. Sembra che questa sia vissuta come una realtà astratta a cui i paesi fanno riferimento quasi fosse esterna a loro stessi, garantendosi ogni possibilità di disimpegno, mentre sarebbe necessario un convinto, congiunto, costante e univoco impegno di tutti i membri della coalizione internazionale interessata alla Somalia. Già lo scorso anno facevamo notare come diversa appaia invece la ‘comunità’ che sta dietro agli Shabab. Nel 2005, con le nuove istituzioni transitorie già insediate a Jowhar, era risaputo che molti giovani venivano addestrati militarmente, anche nella stessa Mogadiscio. Il nucleo forte degli Shabab mujahidin (i giovani combattenti) si è formato quindi da tempo. Da giovani, sono diventati adulti. Si sono divisi in gruppi territoriali autonomi. Ad essi si sono uniti centinaia di altri giovani disperati, nati e cresciuti con le armi in un paese senza Stato e pronti a commettere qualsiasi tipo di crimine, violenza, razzia per sopravvivere. Hanno indubbiamente una loro comunità internazionale di riferimento, quella che li sostiene, li arma, li motiva ideologicamente. Attenti osservatori ritengono che gli stranieri siano ormai alcune centinaia. Oltre ad essi, alcuni somali della diaspora, ormai naturalizzati in Europa, America, Medio Oriente stanno affluendo, in numero molto limitato ma significativo, per aiutare il proprio paese contro quelle che considerano macchinazioni tra le NU e alcuni paesi interessati più alle proprie convenienze che non alla Somalia: c’è in loro una forte motivazione, alimentata dalla frustrazione di questi anni senza risultati duraturi. Il movimento degli Shabab ha assunto forme di lotta e di governo del territorio in parte simili a quelle dei Taliban afgani, con il coinvolgimento dei clan tribali e l’imposizione di nuove regole e nuovi costumi (e severe sanzioni per i contravventori); ma anche - più raramente - forme tipiche del terrorismo come gli attentati suicidi e il martirio. Si tratta di forme totalmente estranee alla cultura somala ma che non significano automaticamente e in ogni caso partecipazione alla rete terroristica globale, come potrebbe far pensare l’imposizione di un’agenda estranea agli interessi somali, con il rifiuto di tutto l’esistente, dalla cultura somala, all’abbigliamento, ai comportamenti sociali, alla tradizione, al tribalismo, al sufismo, ai legami internazionali. A un anno di distanza, il movimento si è ulteriormente strutturato ed ha iniziato ad assumere un’organizzazione piramidale ad integrazione dell’iniziale orizzontalità territoriale con i suoi riferimenti: Shura (Consiglio), Da’wa (Propaganda, Arruolamento), Hesbah (Polizia religiosa) e Usra (Milizie combattenti). Forse al vertice della piramide vi sono gli stranieri, che garantiscono da un lato il superamento dell’appartenenza clanica con i suoi vincoli e dall’altro il sostegno dall’esterno. Il nucleo centrale sono i combattenti, i giovani della prima generazione e quelli successivamente arruolati. Esiste infine una larga “base” costituita da mercenari assoldati e da alcune milizie claniche che gli Shabab sono stati capaci di coinvolgere sfruttando il loro antagonismo verso clan più potenti (gruppi di Marehan contro Migiurtini, Bymal contro Habar Gidir, Galgel contro Hawadle, Murusade contro Habar Gidir Ayr e Sa’ad ...). Le istituzioni somale sono purtroppo nate senz’anima e senza grandi valori, dal 2004 ad oggi. Sono infatti frutto di calcoli (interni e esterni alla Somalia), pesi e contrappesi, con alcuni personaggi pronti a dividersi e combattersi ogniqualvolta ne fiutino l’interesse; il cui senso della comunità e del bene comune è dominato pesantemente dall’interesse personale, familiare e clanico; la cui sicurezza è assicurata da forze straniere, data l’impreparata, disomogenea e non motivata forza di sicurezza somala, che andrebbe formata idealmente prima ancora che militarmente; il cui islam tradizionale è stato a lungo sottovalutato mentre rappresenta l’unico elemento unificante e stabilizzante sia di fronte alla divisione clanica che di fronte all’islam oltranzista, estraneo alla cultura somala. Vi sono comunque persone di valore nelle istituzioni, ma andrebbero valorizzate e sostenute molto maggiormente, coinvolgendo al loro fianco la società civile sana che esiste nel paese e che sta dando da tempo e con risultati tangibili quelle risposte che le istituzioni non sono riuscite a fornire: dalle organizzazioni sociali ed educative, alla rete mediatica, a quella del sistema finanziario e delle rimesse, alle forze imprenditoriali e alle aggregazioni professionali. Ci sono dati ancora insufficienti sulla dinamicità di tutti questi soggetti e sul sorprendente valore economico e sociale da essi autonomamente prodotto, pur nel caos e nell’assenza dello Stato: sono dati che andranno attentamente studiati e valutati, anche per trarne utili insegnamenti. La guerra civile che si sta ora combattendo riguarda l'anima stessa della Somalia. Da un lato abbiamo i portatori di una ideologia spietata, basata su un fanatismo abusivamente definito islamico, dato che ha ben poco a che vedere con l’islam e imposta con la forza, che sta sostituendo i valori fondanti dei somali con un'organizzazione politica e religiosa che non ha alcuna radice nella loro società. Ad essi devono fare riferimento gli abitanti delle regioni così governate, che farebbero volentieri a meno di queste imposizioni che sentono estranee, spietate e stupide al tempo stesso, ma che stanno comunque modificando, giorno dopo giorno, la società e i suoi costumi. Dall'altra abbiamo un Governo che dovrebbe difendere i valori identitari e rappresentare l’unità del paese, ma che è erede degli errori fatti dai suoi predecessori, è spesso litigioso e diviso, è identificato con i partners internazionali che questi errori li hanno spesso decisi e che sopravvive grazie alla protezione di forze esterne. L’anima somala non sta evolvendo in un naturale arricchimento nell’apertura al mondo ma, nonostante le resistenze dei somali, sta rapidamente trasformandosi, dietro la forzata imposizione di volontà e disegni esterni, fino a quelli imposti da un pugno di somali che hanno da tempo rinunciato alla propria identità. Non è una questione destinata a rimanere entro i confini nazionali: ciò che sarà la Somalia e le modalità con cui il suo futuro sarà definito avranno ripercussioni sull’intera area e altrove, data anche la numerosa diaspora somala. Come uscire da questo percorso? E ancora possibile, dopo aver contribuito, senza volerlo, a rimettere somali contro somali, pensando che la regola democratica della maggioranza potesse permettere di sottovalutare una minoranza comunque influente, che sarebbe stato utile ascoltare più attentamente, con tenacia e senza timori e pregiudizi? Ci voleva poco ad immaginare che una soluzione che non fosse condivisa e accettata anche da tutte quelle forze di opposizione che si presentavano con una diversa agenda politica, ed allora ancora senza armi, sarebbe stata problematica, nonostante il gradimento internazionale. Qualche preoccupazione l’hanno probabilmente anche alcuni tra i leaders delle opposizioni, non del tutto convinti di questa progressiva de-somalizzazione. Anche se dovessero prendere il potere con le armi, dal sud al nord, difficilmente potrebbero governare in modo stabile un paese che rimarrebbe lacerato, senza più valori unificanti, in continuo conflitto sia internamente che con paesi confinanti allarmati. A meno che il disegno dell’ ”agenda esterna”, se continuerà ad imporsi, sia proprio quello di mantenerlo così, nella sua perenne instabilità, interna e regionale, anche a dimostrazione di aver vinto ogni disegno della Comunità internazionale. Il rischio è la diffusione di questo virus che nessuno potrà mai garantire di poter tenere, comunque, sotto controllo. 5. La più grave crisi umanitaria in Africa Ban Ki-mun così l’ha definita già nel 2008. Lo confermano le organizzazioni umanitarie che operano in Somalia. Più di tre milioni di somali soffrono oggi delle conseguenze del conflitto, delle violenze, dell’insicurezza permanente, delle cicliche siccità e alluvioni che producono carestie e decimano il bestiame. Gli scontri armati hanno e continuano ad avere il loro epicentro a Mogadiscio, da dove è fuggita quasi la metà della popolazione dall’inizio del 2007. Ma si sono estesi in tutta l’area centro meridionale dalla seconda metà del 2008 ad oggi. Nei soli aprile e maggio 2010 ben 37.000 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa nella capitale per ragioni di sicurezza. Gli sfollati hanno cercato rifugio in aree più sicure della città o fuori, in particolare in direzione di Afgoye, oppure hanno fatto ritorno nelle regioni di origine. Chi non riesce a spostarsi sono i più poveri, che vivono di stenti. L’insicurezza, la povertà, la fame, la carenza di acqua potabile e di cure mediche, le difficoltà della sopravvivenza quotidiana, i periodi di siccità alternati con le alluvioni stanno aspramente colpendo la popolazione. Un bambino su sei, sotto i cinque anni, è gravemente malnutrito e a rischio di morte, particolarmente nel centro-sud del paese. Non più del 15% della popolazione ha accesso all'assistenza sanitaria di base. Più di 500 mila persone hanno ormai cercato rifugio in altri paesi; i campi in Kenya e nello Yemen sono cresciuti progressivamente, nonostante le difficoltà alla frontiera e alcune migliaia tra morti e dispersi nella acque del Golfo di Aden. Le difficoltà, l’insicurezza e le malversazioni (denunciate anche in un recente rapporto di valutazione delle NU), hanno portato il PAM, Programma Alimentare Mondiale, a sospendere le operazioni di distribuzione alimentare nello scorso gennaio, per poi riprenderle, ma in modo meno diffuso. La crisi umanitaria costituiva uno degli elementi qualificanti del primo accordo nel maggio 2008 fra il GFT del Primo Ministro Nur Hassan Hussein e la parte moderata dell’ARS di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e Sharif Hassan. Purtroppo è sta ignorata nel corso dei successivi negoziati coordinati dall’UNPOS. Nessuna politica specifica è stata quindi pensata nell’ambito del “processo di Gibuti”: una carenza che pesa e continuerà a pesare sulla credibilità e sul riconoscimento delle nuove istituzioni. Più in generale è sembrato esserci un’eccessiva sconnessione tra le due dimensioni, politica e umanitaria nella comunità dedicata alla Somalia che risiede a Nairobi (circa duemila funzionari, fra Nazioni Unite, Ong internazionali e somale). Pur salvaguardando i principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza delle organizzazioni umanitarie, qualche più approfondita analisi e un più attivo confronto critico con la politica avrebbero senza dubbio giovato. Si è inoltre preferito andare talvolta in ordine sparso, negoziando i modo diversificato con gli Shabab, senza una strategia umanitaria omogenea, fino al congelamento da parte degli USA, nel settembre 2009, dei propri fondi alle Agenzie umanitarie delle NU che operano nelle aree controllate dagli Shabab. Uscendo dalla dimensione strettamente umanitaria, possiamo dire che è mancata una “strategia civile” per affiancare la popolazione e fornire il coraggio e la speranza necessari per opporsi ad un regime alieno, imposto a tutti da un manipolo di fanatici, che sta uccidendo o imbarbarendo la cultura, la tradizione, l’ ‘anima’ dei somali in nome di una interpretazione religiosa altrettanto aliena. Si è puntato prevalentemente sugli aspetti, pur necessari, della sicurezza, senza accorgersi della loro limitatezza. E’ mancata cioè quell’adesione popolare diffusa che si ottiene dando risposta ai problemi delle persone, delle famiglie, valorizzando la società civile, sostenendola, affiancandola nei propri sforzi, garantendo così quella vera sicurezza che viene solo dalla speranza e dal coraggio della gente. Per questo riteniamo importante che le Ong, pur con le necessarie attenzioni e limitazioni, continuino a dare l’esempio continuando a svolgere il loro ruolo umanitario sul terreno, in Somalia, con forme innovative e con partnership vere e coinvolgenti, aprendo, ovunque possibile, spazi di dialogo con tutti quei somali che potrebbero far rinascere il loro paese e i suoi valori, anche con coloro che sembrano non volerlo. Riteniamo importante che gli Stati continuino a sostenerle. Anche per essi infatti, l’imperativo umanitario, che rimane la ragione principale per cui le Ong sentono il dovere di intervenire, è un obbligo morale a cui non possono sottrarsi. In generale, è mancata una visione integrale ed integrata della crisi somala, capace di tenere legati i principali elementi: dallo State building (che non deve significare isolamento delle istituzioni rispetto ai problemi e alle speranze della popolazione), alla sicurezza (per le istituzioni e per la gente), alla ricostruzione e allo sviluppo (coinvolgendo le organizzazioni sociali e imprenditoriali della società civile), all’aiuto umanitario (lì dove il bisogno è reale e raggiungibile). Raramente le azioni sono state coordinate, per garantirne un maggiore impatto e una reale efficacia. Si è data grande priorità alla sicurezza delle IFT, chiuse in una limitata area di Mogadiscio e “sospese” rispetto alla società. 6. Un conflitto a più dimensioni Il conflitto somalo ha molte dimensioni, da quella interna a quella internazionale, nelle loro varie sfaccettature che si intrecciano e si influenzano reciprocamente. Vogliamo qui evidenziare quella regionale del Corno d’Africa e quella della “guerra al terrore”.
Dimensione regionale. L’Etiopia è stata sempre comunemente vista come la potenza nemica, interessata alla Somalia e alla sua stabilità o instabilità solo ai fini delle proprie convenienze. Non poteva quindi essere coinvolta, in una fase di grandi contrapposizioni interne, nelle questioni somale ed è stato un errore averlo favorito. La discutibile operazione militare etiopica in Somalia, iniziata il 24 dicembre 2006 (mentre la risoluzione 1725 del Consiglio di Sicurezza si era espressa in modo ben diverso solo pochi giorni prima), ha rafforzato l’insofferenza dei somali verso il paese confinante e le ragioni delle opposizioni. D’altro canto, il conflitto etiopico-eritreo influisce pesantemente sulla Somalia. La sua soluzione, nel rispetto del verdetto della Commissione sui Confini del 20029 riconosciuto da tutti ma mai attuato a causa del ripensamento etiopico, potrebbe contribuire non solo alla pacificazione tra i due paesi ma anche alla stabilizzazione somala. Anche l’Eritrea è infatti parte delle criticità somale. In funzione anti etiopica, appoggia da un lato l’Oromo Liberation Front che si contrappone al governo di Addis Abeba e dall’altro le opposizioni somale. La Risoluzione 190710 del Consiglio di Sicurezza, lo scorso dicembre, che stabilisce sanzioni contro l’Eritrea è stata vissuta come un atto ostile che condanna l’Eritrea mentre si chiudono gli occhi sull’Etiopia. Per inciso, è bene ricordare che quest’ultima ha invaso la Somalia non perché le Corti Islamiche rappresentassero un reale pericolo, ma perché erano sostenute dall’Eritrea: sono state quindi viste come entità potenzialmente ostili e, anche solo per questo, da bloccare. Un rinnovato e deciso impegno per la fine del conflitto etiopico-eritreo dovrebbe divenire una delle priorità di tutto l’ICG per la Somalia, premendo in ogni sede in modo risoluto e, se necessario, mettendo in discussione strategie e giochi geopolitici troppo schierati a favore del contendente più forte. Sarebbe opportuno l’inserimento del tema nell’agenda del prossimo incontro dell’ICG in Spagna nel settembre 2010. Si tratterebbe di un segnale politico importante per l’intera area del Corno d’Africa: ad indicare che si vuole finalmente fare sul serio per contribuire a mettere fine alle cause della destabilizzazione e dell’impoverimento di questi paesi e favorire, in una cornice di pace, la cooperazione regionale e lo sviluppo. Solo con la soluzione di questo conflitto potrà inoltre riprendere a funzionare pienamente l’IGAD, l’organizzazione regionale dei paesi del Corno d’Africa e potrà avere maggiore valore sull’area il ruolo dell’Unione Africana, oggi inquinati dal peso preponderante dell’Etiopia sia sull’IGAD che sull’UA, rifiutato dall’Eritrea.
Guerra al terrore. La guerra al terrore ha molto influito sulle “scelte somale” della Comunità internazionale. Si è talvolta trattato di scelte, decisioni e operazioni decisamente errate, che hanno purtroppo contribuito al prolungamento e all’aggravamento del conflitto somalo. Citiamo le più gravi, quelle che hanno marcato l’attuale fase: la guerra all’Unione delle Corti islamiche nel 2006, armando e finanziando warlords di pessima fama e senza credibilità; la proscrizione nel 2007 di dirigenti dell’ARS che sono stati inseriti nella lista dei “terroristi”; l’individuazione da parte statunitense, nel marzo 2008, di al-Shabab quale “organizzazione terroristica”; l’uccisione il 1° maggio 2008, di Aden Ashi Ayro, capo militare degli Shabab, con un’operazione missilistica mirata. In quel biennio, sia l’Unione delle Corti islamiche, sia l’ARS nella sua interezza e perfino gli Shabab dovevano essere visti come interlocutori; si doveva in ogni caso cercare di capire le loro ragioni e le loro proposte, alcune delle quali probabilmente utili, che avrebbero forse potuto favorire un diverso processo di riconciliazione. Sono prevalsi il pregiudizio, la paura, la sottovalutazione, le influenze di chi trova interesse nella destabilizzazione e nel “divide et impera”. L’assassinio di Ayro è stato uno degli elementi che hanno scatenato la decisa reazione degli Shabab, che erano stati a lungo sottovalutati (definiti “criminalità sociale” dal Dipartimento per la sicurezza delle NU). Si sono susseguiti rapimenti, uccisioni, attacchi alle Agenzie e Ong internazionali e una progressiva conquista del territorio, liberato ormai da qualsiasi presenza internazionale, fino alla quasi totalità delle regioni del centro-sud e di buona parte di Mogadiscio. Si sono così chiusi spazi politici di possibile confronto, nel rifiuto di cercare di capire fino in fondo – lo ribadiamo – le ragioni dell’altro, quelle che forse avrebbero potuto indicare la svolta necessaria. E’ da evidenziare inoltre che, in realtà, la “Comunità internazionale interessata alla Somalia” è composta da paesi che agiscono prioritariamente in relazione ai propri interessi e alle proprie preoccupazioni, quali il terrorismo, la pirateria, la sicurezza, le alleanze, l’influenza geopolitica ecc. Molti somali - certamente nell’opposizione, ma anche nella gente comune e nella diaspora - non capiscono perché debbano sempre essere gli “amici” esterni, che seguono i propri interessi, a decidere chi sono i somali buoni e quelli cattivi, quelli con cui interloquire e quelli da bandire, quelli da premiare e quelli da condannare; a definire le strategie da seguire, i compromessi da accettare, i passi da fare o non fare. E’ giusto, sostengono, che chi mette impegno politico e fondi abbia il diritto di dire la sua e di controllare e verificare, ma è anche indubbio che la soluzione del problema somalo non potrà essere che somala e decisa dai somali e che solo in questa prospettiva possono trovare valore le mediazioni e i sostegni esterni.
7. Una nuova strategia, basata sull’ascolto delle ragioni altrui per un dialogo somalo Sulla situazione interna è molto difficile fare previsioni, dato il suo progressivo deterioramento. Un anno fa affermavamo che “anche se in sordina, sia negli Shabab che nell’Hisbu-l-Islam vi sono posizioni più oltranziste con legami con il terrorismo internazionale e posizioni più politiche con una prevalente visione nazionalistica. Queste ultime dovrebbero essere maggiormente ascoltate, prima che scompaiano del tutto con l’incalzare degli eventi, cercando di capirne le ragioni e coglierne utili indicazioni. A meno di volere puntare innanzitutto, ancora una volta, sull’uso della forza creando un altro interminabile Afghanistan, con l’unico effetto di radicalizzare maggiormente il conflitto e prolungare le sofferenze della popolazione”. Purtroppo, il peggioramento della situazione ha ridotto moltissimo gli spazi di confronto ancora identificabili un anno fa, e ha maggiormente radicalizzato le posizioni. Nontutti gli spazi sono però definitivamente chiusi e alcune delle posizioni politiche espresse nel passato da parte delle opposizioni potrebbero forse essere ancora rimesse sul tavolo del confronto. Una di queste posizioni puntava su una soluzione politica, tutta somala e non guidata dall’esterno. Veniva proposta una conferenza nazionale tra somali, senza interferenze esterne e senza pregiudizi politico-religiosi, al fine di trovare la soluzione “che sia nostra e quindi vera e definitiva, dato che quelle individuate finora, suggerite dall’esterno, hanno dimostrato, una dopo l’altra, di non reggere”. Si tratta di un’ipotesi giudicata troppo presto irrealistica, ma a cui si è ormai obbligati a credere perché non sembrano esserci molte altre opzioni, se non quella militare che ha dimostrato di non risolvere ma trascinare e peggiorare i problemi. Sono posizioni che possono non piacere alla Comunità internazionale perché manifestano la volontà di ribaltare il modo in cui si sono espresse e hanno giocato le influenze esterne, ma non possono essere scartate a priori: se per fare la pace occorre parlare con gli avversari, prima o poi occorrerà anche tener conto delle loro posizioni e richieste. Ancora il 7 giugno scorso il responsabile dell’UNPOS affermava il contrario in un’intervista al giornale egiziano Asharq Al-Awsat: “La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle NU sulla lotta al terrorismo deve essere applicata ad ogni persona o partito, in Somalia e fuori, che contrasta la stabilità nel paese”11. La lotta al terrorismo come chiave di lettura e ispirazione di ogni decisione: una visione che continua a sembrarci molto riduttiva e in ogni caso controproducente. Alle IFT spetta il compito di far transitare la Somalia verso una fase conclusiva di stabilizzazione e pace. La via intrapresa non sta conducendo a questo ambizioso obiettivo. Il GFT dovrà essere fortemente sostenuto perché si rafforzi, si radichi e agisca sul territorio per dare risposte ai bisogni vitali della gente e venga percepito come attore credibile, capace di attirare al dialogo gli altri attori somali. Occorrerà certo isolare e sconfiggere i gruppi oltranzisti, legati a un estremismo nichilista con obiettivi politici che nulla hanno a che vedere con la realtà, l’autenticità e gli interessi somali. Ma dovrà essere fatto uscendo dal loro terreno di scontro, non puntando sugli stessi strumenti di morte ma adottando – anche se con grave ritardo – una strategia civile che ridia fiducia alla gente rispondendo ai problemi economici e della sopravvivenza. Saranno loro stessi a isolarsi, se e quando potrà essere riavviato un dialogo su basi del tutto nuove di inclusività, rispetto e ascolto reciproco, da somali e tra somali, dell’interno e della diaspora. Si tratta di un’impresa difficile, realizzabile solo con una decisa, univoca determinazione e condivisione della Comunità internazionale che dovrà assicurare attenzione, interesse e preoccupazione verso questo paese, le sue istituzioni e la sua popolazione e al contempo “fare un passo indietro”, invitando l’Etiopia e l’Eritrea a fare lo stesso. Dovrà cioè fare ogni sforzo per lasciare l’iniziativa politica ai somali, appoggiando fortemente e decisamente le Istituzioni Federali Transitorie in questo non facile compito, anche quando le soluzioni che saranno individuate potranno essere diverse dalle proprie aspettative e dagli interessi geopolitici immediati. 8. I cambiamenti necessari nella Comunità internazionale Se questo è l’obiettivo da perseguire, come arrivarci? Da quanto detto sopra, si impongono radicali cambiamenti da parte delle NU e degli altri attori internazionali. Suonerebbe strano a tutti, infatti, se si pretendesse di disegnare e attuare una nuova strategia senza ripensare radicalmente il sistema che ha portato alla tragica situazione attuale e senza toccare quella miriade di esperti consiglieri che si sono resi responsabili dell’attuale stato comatoso della Somalia. Ci soffermiamo in particolare su alcuni degli attori internazionali che più hanno influito o che avrebbero potuto influire sul processo somalo. Le NU dovranno affinare il ruolo di leadership nel sostegno al processo di pace e nel rafforzamento delle IFT, senza inopportune interferenze, da un lato guidando e razionalizzando il sistema ONU presente a Nairobi e dall’altro coordinando l’ICG, la coalizione delle istituzioni e dei paesi che intendono appoggiare tale processo, dato anche che seguono spesso interessi divergenti, rispondenti più alle proprie scelte geopolitiche e geostrategiche che non agli interessi della Somalia. Per essere efficace, tale leadership, dovrà essere esercitata in stretta collaborazione con alcuni dei più influenti membri dell’ICG ed in particolare l’UA, l’UE, la Lega Araba, l’IGAD, gli USA e un altro paio di paesi utili al dialogo politico. Questa sorta di direttorio dovrà assumere la responsabilità del nuovo processo, impegnandosi direttamente ma anche sollecitando la Comunità internazionale e, se del caso, il Consiglio di Sicurezza a sostegno di tutte le iniziative necessarie al rafforzamento delle istituzioni e alla ripresa del dialogo. Saranno utili, allo scopo, i meccanismi di coordinamento politico, di pianificazione e d’implementazione stabiliti dall’ICG nella Declaration of Principles di Stoccolma nell’ottobre 2004. I paesi confinanti, Etiopia, Eritrea e Kenya possono giocare un significativo ruolo, ma hanno interessi diversi e talvolta contrapposti. Spetterebbe all’IGAD trovare le giuste mediazioni e promuovere iniziative regionali con decisione e perseveranza, al fine di identificare soluzioni efficaci. Ma il conflitto etiopico-eritreo ha inquinato questa possibilità, rendendo tutto più difficile. Ecco perché la soluzione di questo conflitto rimane la priorità che le NU, l’UA, gli USA (che si erano fatti garanti del verdetto della Commissione sui confini) e altri paesi con influenza sulla regione devono affrontare senza ulteriori ritardi. L’Unione Europea continua a rimanere incomprensibile. Da un lato è stata negli anni la massima fornitrice degli aiuti e dei finanziamenti necessari per avviare la ricostruzione, garantire la sanità e le cure mediche, l’educazione, l’acqua potabile, l’agricoltura, sostenere le IFT e formare le forze di sicurezza. Dall’altro, non ha mai assunto il ruolo politico che tutti si sarebbero aspettati, rimanendo un po’ defilata, dietro alle presidenze di turno gestite dagli ambasciatori degli Stati membri, con inevitabile discontinuità, variabilità e inefficacia. Oltre a tutto, l’UE avrebbe anche un interesse diretto, dato che molti suoi cittadini provengono da questa regione e mantengono stretti rapporti con le differenti fazioni in Somalia e nei paesi confinanti, esercitando influenza, ma anche subendone. Se gli USA possono limitare il proprio interesse al solo controllo della situazione perché rimanga un problema interno alla Somalia, non così può essere per l’Europa, geograficamente e storicamente più vicina al Corno d’Africa. Non è mai andata in porto l’idea di un Inviato Speciale dell’UE per la Somalia o, meglio ancora, per il Corno d’Africa, probabilmente più per piccole beghe tra governi sulla sua individuazione, che non per mancanza di volontà politica. In realtà esiste a Nairobi un Inviato Speciale della Commissione Europea, con un ruolo ovviamente più limitato, ma ben pochi hanno saputo della sua esistenza. Il nuovo Servizio delle Relazioni Esterne dovrebbe ora definire un unico Ambasciatore in rappresentanza dell’UE. Quello di Nairobi coprirà anche la Somalia? Sarebbe ancora una volta il segnale di un interesse residuale sul paese che rappresenta oggi una delle più complicate crisi al mondo. Data la complessità e gli stretti intrecci con le problematiche regionali a cui si è accennato, un Inviato Speciale per il Corno d’Africa con il compito primario di seguire la crisi somala, continua a rimanere l’opzione da perseguire e da adottare quanto prima. Purtroppo, le prime mosse dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE, Catherine Ashton, sono disarmanti. Recentemente si è recata a Nairobi per convincere il Kenya a non interrompere i processi penali ai pirati somali catturati dalle navi europee; non ha incontrato le autorità somale né ha affrontato la questione somala, ritenuta forse materia troppo complicata o di second’ordine, o comunque ‘altro’ rispetto alla pirateria. Anche l’Italia, dopo la positiva fase dell’Inviato Speciale, che si è inspiegabilmente chiusa nel gennaio 2009, sembra non volere assumere il ruolo che le spetta dati i legami storici e la conoscenza del paese. Alle dichiarazioni di “interesse prioritario per la politica estera italiana” non seguono iniziative, atti concreti. Si tratta, da qualche tempo, dello stile italiano che rende il nostro paese poco credibile. Vengono assunti impegni (pensiamo anche solo a quelli del G8 dell’Aquila per l’Africa e per la sicurezza alimentare, per non citare quelli assunti in sede europea, molto più impegnativi) ma non ne seguono le conseguenti attuazioni, anzi, di anno in anno vengono parzialmente o totalmente annullati. Si è affermato che l’Africa e la cooperazione allo sviluppo “sono così importanti che è bene che sia il Ministro stesso a trattenere la delega fino al G8”. Il G8 è passato e continua a non essere affidata alcuna delega ad un Sottosegretario, con la conseguenza che sia l’Africa che la cooperazione continuano a rimanere residuali, nonostante i momenti pubblici in cui si afferma il contrario. Magari addolcendolo, come ha fatto recentemente il Ministro Frattini dichiarando che “i minori aiuti sono ora compensati da un maggior attivismo politico e da nuove relazioni”12. Anche per la Somalia è così. Durante l’ICG che si è svolto a Roma nel 2009 il Governo italiano ha manifestato una ripresa di iniziativa, a cui, ancora una volta, è seguito ben poco. La presenza di un diplomatico, in qualità di ambasciatore presso il GFT somalo, è l’unico segnale visibile dell’interesse italiano: speriamo che almeno questo possa continuare, anche se, senza la decisa volontà di assumere il ruolo politico che spetta al nostro paese, quel segnale rischia di rimanere una pura testimonianza, anche se preziosa. Gli stessi aiuti della cooperazione italiana sono oggi gestiti con il contagocce, decidendo talvolta a priori che non si può fare nulla, dato che gli esperti e i cooperanti italiani non possono rimanere in Somalia per ragioni di sicurezza. Come se i somali che fanno parte da anni delle Ong non esistessero e non fossero capaci di dare continuità e di sviluppare le attività di soccorso agli sfollati e quelle sulla sanità, l’acqua, l’educazione, l’addestramento professionale, l’agricoltura. Come se nel Governo somalo non ci fossero persone capaci di individuare i bisogni ed intervenire per rispondere ad essi. Se l’Italia continua a non volere assumere il ruolo che le spetta e che ancora le viene richiesto da più parti, forse è meglio che ne rimanga fuori del tutto. Sarebbe finalmente l’assunzione di una posizione chiara del nostro paese. Il giudizio della Comunità internazionale e quello che ne darà la Storia è un altro capitolo, che è meglio non aprire. Più in generale, la Comunità internazionale dovrebbe iniziare un ampio ripensamento sulla propria concezione delle istituzioni democratiche nel post conflitto. Si fa spesso un discorso che ha ben poco di realistico, perché troppo rigido nella concezione dello Stato e nel modello istituzionale da adottare all’uscita da una crisi. Si tratta di una visione che non tiene pienamente conto della realtà, del contesto e della possibilità di realizzare quanto stabilito. Normalmente, occorrerebbe lasciare al paese il compito di individuare le proprie forme di governo, secondo i propri modelli; si fa invece riferimento ad un modello unico di Stato e di democrazia, che risulta spesso inapplicabile, mantenendo così le istituzioni in perenne stato di fragilità. Anche i tempi vengono stabiliti in modo astratto, secondo la tempistica delle democrazie occidentali, tre, quattro, cinque anni, dimenticando che la loro stessa evoluzione è durata secoli e che anche nei tempi recenti le nuove democrazie industrializzate hanno impiegato due-tre decenni per formarsi e rafforzarsi. Quando poi si mettono in piedi sistemi di tipo federale, occorrerebbe prestare attenzione alle realtà locali: le autorità e le istituzioni tradizionali, con il loro sistema di gestione dei conflitti e della giustizia, che può confliggere con quello delle istituzioni nazionali ma che non può essere semplicemente ignorato, dato l’ampio riconoscimento della popolazione. La nuova strategia per la Somalia dovrà, più che nel passato, tenere nel dovuto conto anche di questi fattori. Inoltre, se si osserva l’evoluzione del processo istituzionale sia con le IFT del 2005 che con quelle attuali, l’errore più grave della Comunità internazionale è stato quello di contribuire alla loro definizione e nascita senza poi appoggiarle e sostenerle in modo deciso, con tutti i mezzi utili, nei momenti stabiliti e per tutto il tempo necessario al loro rafforzamento e radicamento nel territorio. Le istituzioni sono così rimaste in uno stato di grande fragilità. E istituzioni troppo fragili, in particolare dopo o durante un conflitto, riducono la democrazia ad una mera enunciazione, senza alcuna ricaduta positiva sulla popolazione, sotto cui si possono celare soprusi di varia natura; lasciando così ampio spazio a forze oltranziste che trovano - almeno all’inizio - facile consenso e militanza. 9. Il nuovo RSSG e la prossima riunione dell’ICG in Spagna E’ stato annunciata per il mese di settembre 2010 la prossima riunione dell’International Contact Group per la Somalia. La Spagna la ospiterà e sarà presieduta dal nuovo Rappresentante Speciale del Segretario Generale. Per la Somalia è un momento molto delicato e le poste in gioco vanno attentamente studiate e valutate per non rischiare di sprecarle ancora una volta. C’è da augurarsi che la riunione sia al livello dei Ministri (e non dei soli funzionari), al fine di rimodellare, con le IFT, la strategia e gli strumenti da adottare e di prendere le necessarie decisioni in modo impegnativo e vincolante.
21 Giugno 2010 Nino Sergi, Segretario Generale Intersos www.intersos.org Documento elaborato nel quadro degli approfondimenti tematici di www.link2007.0rg Per informazioni: Paola Amicucci, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , 06.85374332
1 http://www.intersos.org/SOMALIA_debaclesomala.htm 2 ttp://unpos.unmissions.org/Default.aspx?ctl=Details&tabid=1911&mid=2201&ItemID=8933 3 http://www.nytimes.com/2010/06/09/opinion/09iht‐edcosta.html ; http://af.reuters.com/article/topNews/idAFJOE6570R820100608?pageNumber=2&virtualBrandChannel=0&sp=true 4 http://reliefweb.int/rw/rwb.nsf/db900SID/EGUA‐85DTJQ?OpenDocument 5 ttp://unpos.unmissions.org/Default.aspx?tabid=1931&ctl=Details&mid=2201&ItemID=4344 6 http://www.intersos.org/SOMALIA_debaclesomala.htm 7 http://allafrica.com/stories/201005280798.html 8 http://www.un‐somalia.org/docs/Resolution1725‐2006.pdf 9 http://www.un.org/NewLinks/eebcarbitration/ 10 http://www.un.org/News/Press/docs/2009/sc9833.doc.htm 11 http://www.aawsat.com/english/news.asp?section=1&id=21199 12 http://www.agimondo.it/notizie‐in‐tempo‐reale/notizie/201006151527‐cro‐rt10230‐ fame_nel_mondo_frattini_crisi_compensata_da_attivismo_politico |
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