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 India, Contadina dello stato dell'Uttar Pradesh
Silvia Federici, ricercatrice, attivista ed educatrice è nata in Italia, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 1967 con una borsa di studio di filosofia presso l'Università di Buffalo (NYS). Da allora ha insegnato in varie università nordamericane e a Port Harcourt, in Nigeria. Professoressa emerita della Hofstra University (Long Island, New York), vive a Brooklyn. Veterana attivista del femminismo, fondatrice nei primi anni 70, insieme a teoriche come Mariarosa Dalla Costa e Selma James, dell’International Feminist Collective, ha organizzato la celebre campagna Wages for Housework (un salario per il lavoro domestico), movimento che ha riunito numerosi gruppi femministi sulla parole d’ordine della lotta all’ordine patriarcale e capitalista, esigendo sovranità economica per le donne nel lavoro elementare della riproduzione sociale. Federici è stata un elemento centrale del Midnight Notes Collective e co-fondatrice del Committee for Academic Freedom in Africa (CAFA), organizzazione che sostiene le lotte degli studenti e degli insegnanti contro gli adeguamenti strutturali in Africa. Tra il 1991 e il 2003 è stata coeditrice del CAFA Bulletin. Nel 1995 ha contribuito a lanciare il progetto contro la pena di morte della RPA (Radical Philosophy Association). [Per approfondimenti biografici http://www.alpcub.com/federici.htm] "Caliban and the Witch: Women the Body and Primitive Accumulation" (Brooklyn, Autonomedia), il suo testo del 2004, ha ricevuto grandi elogi dalla critica ed è stato ampiamente commentato tanto nei circoli accademici, quanto in quelli delle militanti. Il testo fornisce un quadro completo, con informazioni chiare e storicamente rigorose, sulle interazioni tra patriarcato, capitalismo, colonialismo e violenza dal XV al XVIII secolo. Il libro ha contribuito tanto alle analisi marxiste sull’accumulazione originaria, che lasciano fuori il discorso di genere, quanto al discorso accademico, di moda, sulla biopolitica. Quest'ultimo, dice Federici, ha avuto la tendenza a dimenticare l'opera di Foucault e dei seguaci del processo di stregoneria dal XVI al XVII, che furono parte integrante della distruzione sistematica del potere delle donne sulla riproduzione biologica e sociale e sulla creatività, processo essenziale per l'evoluzione del "sistema delle chiusure" (enclosure) [cfr: http://it.wikipedia.org/wiki/Enclosures, ndt] e della colonizzazione, oltre che scenario di nascita tanto del capitalismo propriamente detto quanto dello stato moderno. In questa intervista, realizzata da Max Häive, Federici mette insieme le sue riflessioni sull’alimentazione, la produzione agricola, l'occupazione delle donne, l’accumulazione capitalista globale e le lotte in tutto il mondo.
Max Häive. Il suo lavoro storico è centrato sul modo in cui il processo che Marx denominò "accumulazione primitiva", - modo in cui nasce il capitalismo partendo dalla distruzione di altre forme di vita -, ha attuato una sistematica distruzione del potere delle donne originando le più pregnanti divisioni all'interno della classe operaia. Puoi dirci che relazione c’è con la storia della politica alimentare? Silvia Federici. Esiste una relazione diretta tra la distruzione del potere sociale ed economico delle donne nella “transizione verso il capitalismo” e la politica alimentare nella società capitalista. In tutto il mondo prima dell'avvento del capitalismo, le donne avevano il ruolo principale nella produzione agricola. Disponevano dell’accesso alla terra, dell’uso delle sue risorse e del controllo sulle coltivazioni e tutto questo garantiva loro autonomia ed indipendenza economica dagli uomini. In Africa disponevano di propri sistemi di lavorazione del terreno e di coltivazione, fonte di una cultura specificamente femminile: si occupavano della selezione delle sementi, un'operazione fondamentale per il benessere della comunità e la cui conoscenza si trasmetteva da una generazione all'altra. Lo stesso potrebbe dirsi per il ruolo delle donne in Asia e nelle Americhe. Anche in Europa, nel periodo tardo-medievale, le donne godevano del diritto all’uso della terra e dell’utilizzo dei boschi "comuni", dei laghi, delle praterie, che costituivano un'importante fonte di sostentamento. Oltre al lavoro agricolo insieme agli uomini, possedevano orti in cui coltivavano verdura, erbe medicinali e piante. In Europa e nelle regioni colonizzate dagli europei, l'accumulazione primitiva e lo sviluppo capitalistico cambiarono la situazione. Con la privatizzazione delle terre e l'espansione delle relazioni monetarie, si sviluppò una maggiore divisione del lavoro nell’agricoltura, che separò la produzione alimentare effettuata per trarre profitto (con fini lucrativi), dalla produzione alimentare per il consumo diretto; svalutò il lavoro riproduttivo partendo dall'agricoltura di sussistenza, designando gli uomini ad essere produttori agricoli principali e relegando le donne al rango di "aiutanti", braccianti agricole o lavoratrici domestiche. Nell’Africa coloniale, per esempio, i funzionari britannici e francesi scelsero sistematicamente uomini per le assegnazioni dei terreni, delle attrezzature e per la formazione; la meccanizzazione dell'agricoltura costituì l'occasione per emarginare ulteriormente le attività agricole delle donne. Mutava così l’agricoltura femminile, forzando le donne ad aiutare i loro mariti nelle coltivazioni commerciali, modificando i rapporti di potere tra uomini e donne e istigando nuovi conflitti tra loro. Oggi il sistema coloniale per il quale i titoli di proprietà della terra si concedono solo agli uomini, continua ad essere la regola delle "agenzie di sviluppo" e non solo in Africa. Va detto che gli uomini sono stati complici di questo processo, non solo nella rivendicazione del controllo sul lavoro delle donne, ma sino a cospirare, in considerazione della crescente scarsità di terre, sul ritagliare il diritto delle donne all'utilizzo delle terre comuni (lì dove vivevano) riscrivendo le regole e le condizioni di appartenenza alla comunità. Nonostante la riluttanza delle donne alla loro emarginazione, al loro continuo compromesso nell’agricoltura di sussistenza e alle loro lotte per reclamare la terra, questi cambiamenti hanno avuto un profondo effetto sulla produzione alimentare. Come descrive chiaramente Vandana Shiva nel suo libro Staying Alive [1], con l'esclusione delle donne all'accesso alla terra e l’annullamento del loro controllo sulla produzione alimentare, sono andate perse enormi conoscenze, pratiche e tecniche che hanno tutelato per secoli l'integrità del suolo, del territorio ed il valore nutrizionale degli alimenti. Oggi agli occhi delle agenzie di sviluppo l'immagine dell’agricoltura di sussistenza è degradante. Così inizia, per esempio, l'ultima relazione annuale della Banca Mondiale [2], dedicata all'agricoltura: "Una donna africana piegata sotto il sole, sradicando sorgo con una zappa in un campo arido con un bambino stretto alla schiena: è la genuina immagine della povertà contadina". Infatti, per anni, seguendo le orme di un economista peruviano, Hernando de Soto, la Banca Mondiale ha cercato di convincerci che la terra è un bene morto quando viene usata come sostentamento e rifugio e diventa produttiva invece, quando si usa in banca come garanzia per ottenere finanziamenti. Dietro questa visione si nasconde un’arrogante filosofia che ritiene che solo il denaro crei ricchezza e crede che il capitalismo e l'industria possano ricostituire la natura. Ma la verità è un'altra. Con la scomparsa dell’agricoltura di sussistenza femminile si sta perdendo una ricchezza incredibile, con gravi conseguenze per la qualità e la quantità di cibo a nostra disposizione. Ciò che la Banca Mondiale non ci dice è che il valore nutrizionale degli alimenti si perde nella industrializzazione dell'agricoltura. Non ci dice che è grazie alla lotta delle donne che continuano a rifornire i fabbisogni delle loro famiglie, coltivando spesso terre pubbliche o private lasciate incolte, che milioni di persone hanno potuto sopravvivere in mezzo alla liberalizzazione economica.
M.H.Tutto questo spiega l'importanza del lavoro agricolo, in particolare il lavoro delle donne, per i processi di globalizzazione. A tuo giudizio come si inserisce il lavoro agricolo nella nostra concezione di lavoro globale? Numericamente, l'agricoltura rimane il settore che impiega da più tempo manodopera, soprattutto femminile, su scala mondiale. Ma sembra rimanere nell'oscurità delle analisi sulle mutevoli forme del lavoro e del capitale oggi. S.F. Si tratta di un errore dei movimenti di sinistra sottostimare, nella pratica e nell'analisi, l'importanza del lavoro agricolo nell'economia politica di oggi e di conseguenza, nella capacità di trasformazione delle lotte degli agricoltori per la terra. Naturalmente questo errore non lo commettono i capitalisti. Il rapporto della Banca Mondiale che ho citato prima indica, tra l'altro, che la riorganizzazione delle relazioni agricole ha la priorità nei programmi di ristrutturazione. Mentre è impressionante il numero di persone occupate nei lavori agricoli (probabilmente circa due miliardi di persone), la sua importanza non deve misurarsi solo in funzione delle sue dimensioni assolute. E' importantissimo l’apporto che il lavoro agricolo effettua sulla riproduzione sociale. Come ho già detto è l'agricoltura di sussistenza in particolare, in capo per la maggior parte alle donne, la fonte di sussistenza per milioni di persone che altrimenti non avrebbero mezzi per comprare il cibo al mercato. Inoltre, la rivalorizzazione, l'estensione ed il reinserimento al lavoro agricolo nelle nostre vite costituiscono una tappa obbligata, se vogliamo costruire una società autosufficiente e non di sfruttamento. Ci sono molti gruppi e movimenti politici, anche nel nord industrializzato (le ecofemministe in particolare), che riconoscono questa esigenza. E' anche positivo che negli ultimi due decenni vi sia stato il crescente movimento degli orti urbani, riportando l’agricoltura nel cuore delle nostre città industriali. Ma purtroppo molte persone di sinistra non hanno ancora superato sia l'eredità della lotta di classe nell’era industriale che poneva al centro unicamente la fabbrica ed il proletariato industriale, sia il credere nella via tecnologica come unica per liberarsi dal capitalismo. In Moltitudine [3] di Negri e Hardt, per esempio, possiamo leggere che il contadino è destinato a scomparire dalla scena storica a causa della crescente integrazione della scienza e della tecnologia nell’organizzazione della produzione agricola e nella smaterializzazione del lavoro. E’ preoccupante che Negri e Hardt citino l’ingegneria genetica a sostegno della loro visione del contadino come una categoria storica che si avvia alla morte, considerando le aspre battaglie intraprese da parte degli agricoltori di tutto il mondo contro gli OGM che, dal loro punto di vista, sono date per perse. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo è un processo di riavvicinamento alla terra, di "urbanizzazione rurale", che la crisi attuale non può che accelerare. Ciò sta già avvenendo in Cina: chi era già migrato verso le città sta tornando nelle zone rurali, destinato a costituire un corpo di lavoratori in costante movimento tra due poli. In Africa, molti abitanti delle città stanno tornando ai loro villaggi, ma spesso vanno e vengono, non essendo in grado di trovare mezzi di sussistenza sufficienti in un unico luogo. Non basterebbe un libro per descrivere le numerose forme di interconnessione attraverso le quali il colonialismo nuovo o vecchio ed il neoliberismo, hanno contribuito a creare l'attuale crisi alimentare. Oggi stiamo assistendo a qualcosa che è solo l'ultimo atto del lungo processo che si è sviluppato nell’arco di due secoli. Il colonialismo ha sconvolto i sistemi agricoli in Africa, Asia e Sud America attraverso l’espropriazione della terra, l'introduzione delle coltivazioni commerciali e delle monocolture e l'attuazione di politiche che degradano l'ambiente (ad esempio il disboscamento) o allontanano i lavoratori dalla produzione di alimenti. L'indipendenza non ha posto rimedio a questa situazione, anche se ha permesso la creazione di un mercato alimentare interno. La riforma agraria, che si basava sulla restituzione della terra rubata che i precedenti sudditi coloniali chiedevano come frutto della lotta di liberazione, è stata portata a termine in maniera solo marginale. In un contesto che continuava ad essere di dipendenza economica e politica dalle antiche potenze coloniali, i nuovi stati hanno conservato il modello di agricoltura commerciale orientato all'esportazione, che il colonizzatore aveva impiantato, benché minasse sotto tutti i punti di vista l'ecologia e le relazioni sociali nelle zone rurali, a partire dalle relazioni tra uomini e donne menzionate prima. Un altro paio di colpi alla produzione di cibo nel Terzo Mondo nel periodo dopo l’indipendenza, sono rappresentati dai “programmi di aiuti alimentari”, un’arma della guerra fredda tanto efficace quanto gli interventi militari per la creazione di nuove forme di controllo politico e la “Rivoluzione Verde”. La Rivoluzione Verde industrializzò l'agricoltura del Terzo Mondo, la rese dipendente dalle importazioni dall'esterno di semi ibridi, pesticidi e fertilizzanti ed espulse i piccoli agricoltori dalle loro terre. Nei primi anni 1970 le disastrose conseguenze di decenni di degrado coloniale e postcoloniale dell’ambiente rurale, divennero visibili sotto forma di ricorrenti carestie, la più grave delle quali colpì Cinturón del Sahel, al sud del Sahara, dove morirono più di centomila persone e molte di più sono state costrette ad emigrare in modo definitivo. Negli anni ottanta, quando in nome della crisi del debito e della ripresa economica la Banca Mondiale ha imposto alle nazioni del Terzo Mondo un rigido programma neoliberista, l'agricoltura dei “paesi in via di sviluppo” era già disastrata e la fame nera e la malnutrizione erano ormai una realtà endemica. In questo contesto i requisiti per la "sistemazione strutturale" - liberalizzazione delle importazioni, eliminazione dei sussidi agli agricoltori, la deviazione dalla produzione agricola verso la produzione di "alta qualità" di "beni di lusso" per il mercato export - segnalarono un disastro incombente, come avevano già annunciato ripetutamente più volte le organizzazioni di agricoltori, gli attivisti contrari alla globalizzazione e gli ambientalisti. Si aggiungano a questo gli effetti perduranti del disboscamento e dell'inquinamento, gli accordi commerciali che sanzionavano l'appropriazione del sapere tradizionale da parte degli agricoltori del Terzo Mondo, il controllo imprenditoriale crescente e davvero totalitario della produzione di semi: ecco che abbiamo, per dirla con le parole di Mariarosa Dalla Costa, una "politica del genocidio". Infatti molti agricoltori, soprattutto in India, hanno perso la vita rovinati da queste politiche. Dobbiamo prestare attenzione, pertanto, quando sentiamo che il rialzo mondiale dei prezzi degli alimenti in mesi recenti è frutto dello stesso impulso speculativo che creò la bolla immobiliare. La speculazione è possibile solo in certe condizioni ed è di queste condizioni che dobbiamo preoccuparci. Quella che abbiamo di fronte è una crisi molto più profonda di quanto generalmente si riconosce e non può essere risolta attraverso maggior "regolazione". Il neoliberalismo, gli impulsi speculativi del capitalismo finanziario, la promozione dei biocombustibile, tutto ciò ha esacerbato le tendenze che si iscrivono nella logica dell'agricoltura e della produzione di alimenti del capitalismo. Finché si produrranno alimenti a fine di lucro questi saranno strumento per costringere la gente ad accettare forme indesiderate di sfruttamento e la scarsità di cibo continuerà ad essere obiettivo predominante della produzione agricola, come pianificano governi ed istituzioni finanziarie. Ciò che è necessario è un cambiamento sistemico, un modo completamente diverso di agricoltura, che non avveleni coloro che producono e consumano alimenti. E questo richiede, in primo luogo, un sistema molto diverso di relazioni sociali e di valori.
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