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 Bengasi, marzo 2011. Donne libiche protestano innalzando la foto dei morti e la bandiera della monarchia
Intervenendo nel maggio del 2010 all’Università Americana del Cairo, quando ancora nessuno si aspettava le rivoluzioni di piazza che hanno spazzato via come fuscelli nel vento via i satrapi del nord Africa che l’Occidente credeva eterni, Seif al-Islam Gheddafi, figlio maggiore e successore designato (al’epoca) di suo padre Muammar, aveva dichiarato che lo stato libico “spreca” le sue ricorse investendo nell’educazione delle donne perché “ alla fine, loro scelgono il matrimonio e la casa.”. “ Da noi le donne non sono discriminate, in Libia donne e uomini sono uguali – aveva sostenuto Seif al-islam parlando agli studenti, agli universitari e ai docenti nell’aula strapiena, “ loro sono molto potenti nella società libica: stanno nell’esercito, nell’aereonautica, ( …) in tutte le imprese, in tutti i ministeri”, e “possono guidare” ( allusione diretta all’Arabia Saudita, paese con cui la Libia di Gheddafi intratteneva da anni relazioni piuttosto tese.). “Il problema è che le donne sprecano le risorse della società (…), aveva aggiunto il successore designato, “il nostro stato spende molto denaro per educarle ma alla fine loro sposano e restano a casa (…). Il problema della Libia? Le donne.”. Le dichiarazioni di Seif al-islam erano state riportate da buona parte della stampa, e non solo perché della vita reale delle donne libiche si sapeva, e si sa ancora, abbastanza poco. Sono almeno venti anni che, rispetto a loro, l’immaginario dell’opinione pubblica occidentale è schiacciato sul ritratto fornito dal Raìs e dalla Guardia personale che lo segue in giro per il mondo, tutte donne, alte ufficiali formate all’Accademia militare d’elite. Quel giorno di maggio i media inglesi e francesi si erano quindi particolarmente scatenati ( nella Francia di Sarkozy il Rais non è mai stato molto amato, e l’Eliseo, lo vediamo in queste ore, guida la pattuglia dei falchi che vorrebbe scaricare su Muammar e Seif al-islam Gheddafi, padre e figlio, una bella botta di missili).
Dunque, all’epoca della conferenza all’università Americana del Cairo, nessuno poteva immaginare un’intervista come quella che giorno 7 marzo Naima Rifi, donna colonnello dell’esercito libico da venti anni e oggi rivoltosa, ha rilasciato al quotidiano spagnolo El Pais. Rifi - che si è unita al generale Souleiman Mahmous, comandante delle truppe ribelli di Bengasi, - ha spiegato all’inviata a Tobruk Nuria Teson di essere consapevole che la sua “ è una scelta senza ritorno”, ma che “ non sono io ad avere scelto un altro campo, è stata l’autorità: quando ho saputo che a Bengasi, la capitale dell’est del paese, massacravano la gente, non ho avuto esitazioni. Il nostro impegno di militari è la lealtà al paese, e il paese è il popolo.”(…). 46 anni, due figli e una nipotina, il colonnello Rifi non ha oggi peli sulla lingua, a proposito della condizione delle donne libiche, e delle donne nell’esercito. “ Siamo tutti consapevoli che molestie e abusi sessuali sono frequenti, anche se quasi nessuna denuncia. Ma io non ho scelto la vita militare per offrire servizi sessuali. Dopo la rivoluzione del 1969, Gheddafi ci ha spinto a lottare per la nostra liberazione; dieci anni dopo le donne sono state ammesse nell’esercito, e la nostra presenza in tutti i ranghi è aumentata costantemente. Ma Gheddafi ha distrutto l’esercito trasformandolo in milizia perché temeva esattamente quello che sta succedendo oggi: che ci rivoltassimo contro di lui. Ha spezzettato le forze armate libiche tanto che oggi non siamo più un vero esercito, solo bande di mercenari e distaccamenti isolati. “. Il futuro di questa rivolta? Naima Rifici vuole crederci: “ Credo che se la rivoluzione trionferà potremmo avere una ripartizione più equa delle risorse, un’educazione migliore per i nostri figli. Sino ad oggi, solo gli amici di Gheddafi e l’entourage del regime ne beneficiavano. Ci sarà più libertà, più lavoro, più istruzione di qualità per i nostri figli. Sogno che la mia nipotina possa studiare bene e viaggiare…”.
Sante parole. Se è vero infatti che i quarantanni del regime di Gheddafi hanno segnato un passo avanti nell’evoluzione dei diritti delle donne è anche vero che il suo accentramento sempre più assoluto e incattivito del potere ha determinato forti diseguaglianze trasversali: le leggi votate dal regime a favore della parità – nel lavoro, nella famiglia, nell’amministrazione pubblica, nei diritti sociali di base -, riguardano solo una parte minoritaria delle donne del Paese. Molte di queste leggi, inoltre, finiscono per non intaccare, anzi, il diritto consuetudinario; ne consegue che numerose pratiche sancite dalla charia, ancorata nei comportamenti sociali, sono rimaste inalterate. Qualche esempio? Gheddafi non si è mai opposto alla consuetudine che vieta ad una donna di uscire dal Paese senza l’autorizzazione scritta di suo marito, la poligamia è ancora praticata a certe condizioni, il tasso di mortalità materna elevato, la violenza domestica diffusa, e anche contro lo stupro non sono state varate leggi adeguate. In sostanza, la violenza sessuale continua a ad essere considerata un problema privato, gli abusi non vengono denunciati e un numero alto di donne subisce senza fare ricorso al tribunale. Nelle aree più remote, le mutilazioni genitali sono ancora una pratica corrente. Il problema vero è che poco o niente è stato fatto per applicare le leggi un tutte le regioni del Paese, nelle aree rurali soprattutto, ben diverse da quelle cittadine. Mentre il 50 per cento della popolazione studentesca delle città è composta da ragazze, nei villaggi rurali le donne continuano a vivere segregate nel ruolo di donne sottomesse all’autorità maschile, il tasso di analfabetismo femminile è alto ( sono totalmente analfabete il 19,7 per cento delle donne tra 15 e 24 anni, e l’82 per cento da 25 anni in su), e le madri analfabete crescono le figlie nell’ignoranza dei diritti fondamentali. “Il governo sembra disinteressarsi di loro – notava nel 2004 un’analisi sul campo pubblicata su fraternet.com - , e rivela una volontà assai scarsa di affrontare a fondo la questione dei diritti delle donne nell’intero Paese.”. Nei fatti, lo statuto delle donne libiche - fatto a immagine e somiglianza del suo presidente, delle sue abitudini e delle sue prese di posizione - è il migliore specchio delle violente contraddizioni di Gheddafi/Raìs, un dittatore sordo ai diritti umani, uno che mentre tracciava un piano di inclusione delle donne nella vita sociale non perdeva occasione per criticare fortemente lo stesso statuto dei diritti e la libertà femminile … La forza delle tradizioni ha quindi continuato a pesare gravemente sulle spalle delle libiche, tanto nella vita quotidiana quanto nelle istituzioni politiche del Paese. |