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 Alia al-Sanūsī, a destra nella foto di Meghan McInnis
A Londra, dove vive, Alia al-Sanūsī non è conosciuta solo per essere una valente esperta d’arte contemporanea del Medio Oriente, curatrice di mostre e collezionista lei stessa. E’ nota per come vive il suo ruolo di principessa libica in esilio, o perchè no? di possibile delfina. Suo padre, Idriss al-Sanūsī, aspira infatti, da sempre, a ritornare sul trono che fu di suo nonno Idriss, il re deposto dalla rivoluzione di Gheddafi nel 1969, morto al Cairo nel 1983. Oggi il principe Idriss, uomo d’affari tra Londra, Roma e Washington, spera di riuscirci con la rivolta libica, e la sollevazione generale di Bengasi, la città storica che fu capitale del regno di Idriss I, nella Cirenaica quartier generale della potente zāwiya senussia cui appartiene. Non stiamo parlando di una tribù “qualsiasi” del deserto del Sahara: Idriss e Alia al-Sanūsī annoverano tra gli antenati Muhammad Inb Alì, della tribù araba dei Awlād (figli) di Sīdī Abd Allāh discendente da Fatima, figlia del profeta Muhammad, e fondatore della “Senussia”, una delle grandi correnti dell’Islam. Custodi della seconda Moschea della Mecca, noti per l’interpretazione dei testi aperta alla modernità. Quando Muhammad ibn Alì, chiamato al-Sanūsī, fondò il primo monastero (zāwiya) ad Abū Kubays presso Mecca, in Arabia Saudita, era il 1835. La regione stava sotto il dominio politico dell’Impero Ottomano, e il movimento wahhabita vi conduceva un’aperta ribellione contro le autorità di Istanbul. al-Sanūsī si schierò con loro, ma non fu solo questo a mettergli contro gli Ulema di Mecca, e la potente casta dei Dervisci di Istanbul. Fu appunto la sua interpretazione del Libro: il Gran Senussi, come Muhammad veniva chiamato, non tollerava nessuna forma di fanatismo religioso. Mise il veto a flagellazioni, sacrifici, punizioni corporali, povertà ostentata; dichiarò la sua avversione a processioni e santificazioni. Si mise invece a predicare il buon esempio positivo: gli appartenenti della Zāwiya dovevano vestire bene, mangiare e bere nei limiti prescritti dal Corano, diffondere il loro modo di vivere attraverso il lavoro. Le autorità religiose di Mecca fecero muro, e lo costrinsero a lasciare Mecca: al-Sanūsī riparò in nord Africa, in Cirenaica, e sulle montagne vicino Derna edificò la Zāwiya Baydā (monastero bianco). Era il 1843, appoggiata dalle tribù locali in pochi anni la corrente Senussia si sarebbe ramificata in tutto il Magreb, facendo della regione di Bengasi la sua contrafforte storica.
Da qui, nella prima metà del Novecento, i Senussi hanno combattuto l’espansione francese nel nord Africa, e poi la colonizzazione italiana della Libia voluta da Mussolini. La lotta di resistenza che Omar al-Mukthar, insegnante della confraternita dei Senussi, condusse tra il 1912 ed il 1931 (quando fu catturato ed impiccato dal maresciallo Graziani), rappresenta una pagina epica nella storia delle lotte di liberazione dal colonialismo. I suoi vent'anni di guerriglia tra montagne e deserto un vero manuale militare. Il fascismo cercò di annientarlo con ferocia inaudita, e con ritorsioni mirate alla popolazione civile, incendi delle case e dei raccolti, annientamento degli animali, avvelenamento dei pozzi, bombardamento con armi chimiche… Sino alla costruzione di un muro di filo spinato che, per impedire passaggio e rifornimenti, dal Mediterrano tagliava in due il deserto per più di mille chilometri. Sino ai campi di concentramento in cui donne, vecchi, bambini, tutta la gente della tribù venne rinchiusa per anni. Con centomila morti. Vittime della fame e delle impiccagioni indiscriminate. Uno sterminio. Una pagina nera nel Novecento italiano, che dovrebbe essere oggetto di studio sui banchi di scuola, ed invece è praticamente seppellita in un silenzio che dura da allora. Nel 1981, persino “Il Leone del Deserto”, il film che racconta questa lotta di resistenza, con un magnifico Anthony Quinn nel ruolo di Omar al-Mukthar, fu vietato in Italia con un apposito decreto, firmato all’epoca da Giulio Andreotti con Aldo Moro ministro degli Esteri, perché “ arrecava danno all’immagine dell’esercito italiano”. Nel film compaiono anche riprese originali, effettuate dall’alto, dei campi di concentramento in cui furono rinchiusi interi villaggi, tra filo spinto e torrette armate di guardia, del tutto identici ai lager nazisti. Solo nel 2009, “Il Leone del deserto” che continua ad essere censurato nelle sale italiane e nei circuiti televisivi, è stato messo in onda da Sky Cinema.
Erede anche di questa storia, Alia al-Senussi, 26 anni, madre americana e matrigna spagnola (la nobildonna Ana Maria Quinones, seconda moglie del padre), procugina di Mohamed IV del Marocco e di Abdullah di Giordania, donna d’affari come il padre, potrebbe dunque almeno sulla carta diventare regina di Libia. Nel senso che potrebbe governare, una delle questioni più scottanti dell’islam in tema di parità tra donne e uomini. L’ultima regina libica Fatma Amhad al-Sanusi, morta a 99 anni a Cairo nel 2009, era la moglie del deposto re Idriss, e non governava. Alia discendente diretta potrebbe. L’interpretazione dei testi sacri è chiara su questo punto anche se la trasmissione maschile ha via via cancellato anche il ricordo delle grandi Sultane dei secoli d’Oro. Nel suo “Le Sultane dimenticate”, Fatima Mernissi, sociologa e femminista, personalità eminente del mondo musulmano, ne dà un affresco puntuale e ineccepibile dal punto di vista storico, filologico e dell’interpretazione degli Hadith del Profeta. Mostrando e dimostrando come la misoginia maschile abbia finito per cambiare le carte in tavola, stravolgendo nei fatti il pensiero di Maometto in tema di uguaglianza tra donne e uomini, nella società, nella famiglia e nella gestione della cosa pubblica. Per farlo, Mernissi risale sino ai primi anni dell’Egira ed alla “storia “non ufficiale” dell’Islam che, scrive, è piena di “donne capi di Stato”. Un solo esempio? Sagarat al-Durr, regina d’Egitto “(...) prese il potere al Cairo nell’anno 648 dell’egira (1250), come ogni capo militare che si imponga con il proprio senso della strategia, perché aveva fatto riportare ai musulmani, allora in piena crociata, una vittoria di cui i francesi si ricordano molto bene, poiché la regina mise in rotta la loro armata e fece prigioniero il re Luigi IX”. Tornando alla principessa Alia – le poche foto che circolano su internet mostrano una bella ragazza, pelle ambrata, occhi e capelli neri -, per il momento la questione dinastica tocca piuttosto i maschi di famiglia: ad aspirare all’eventuale trono di Libia, dopo la fine di Gheddafi, sono in tre: suo padre il principe Idriss, il cugino Mohammed, 48 anni, forte di quel 30 settembre del 1969 in cui il padre Hassan regnò per un solo giorno, e il fratello maggiore di Idriss, Hashem, 60 anni, che da Roma, dove vive, ha già rivendicato il ritorno a Bengasi con due interviste a mezzo stampa.
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