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Economista tra i più conosciuti del settore, Laura Pennacchi è stata sottosegretario al Tesoro con Carlo Azeglio Ciampi e fa parte del gruppo dirigente del Partito Democratico per i temi dell'economia e dello sviluppo. Classe 1948, due figli, è autrice di molti saggi tra cui "Politiche dell'innovazione e sfida europea", 1989; "Razionalità e cultura", 1989; "Le ragioni dell'equità", 1994; "Risorse e Welfare", 1994. Il suo ultimo libro, uscito nel 2008, s'intitola "La moralità del Welfare. Contro il neoliberismo populista". In questa intervista espone il suo punto di vista su lavoro precario e stabilizzazione, crisi economica, prospettive e ricette per la ripresa economica. E spiega perché ha aderito alla Conferenza nazionale delle Donne PD.
Laura Pennacchi
women in the city. La crisi finanziaria è tutt'altro che risolta, ce lo dicono le nostre tasche, lo confermano alcuni indicatori come l'instabilità valutaria in atto, e l'aumento della disoccupazione con 18 milioni di senza lavoro in più in tutta Europa e trenta milioni di lavoratori precari. In Italia, il precariato colpisce soprattutto donne e giovani ed ha assunto in questi anni aspetti di vera emergenza. Come si è arrivati a tanto? Qual è il suo punto di vista? Laura Pennacchi. Il mio punto di vista lo colloco nell'ambito della gravissima crisi economico-finanziaria cui lei fa cenno. Una crisi che ha le sue indicazioni più drammatiche soprattutto sull'occupazione. Ci sono degli economisti che, in modo piuttosto scellerato, si stanno preparando a sostenere la nuova normalità della cosiddetta “jobless recovery”, crescita senza lavoro. Sono pronti a sostenere che questo sia normale e che dobbiamo attenerci a questa formula. Ma è proprio questa “nuova normalità” ad aver creato, in due anni, in tutto il mondo, trenta milioni in più di disoccupati prevedendone - se non si prenderanno misure molto energiche - addirittura cento milioni in più nei prossimi anni. In questo contesto, la situazione italiana è indubbiamente grave anche perché il nostro Paese partiva da un tasso di occupazione inferiore a quelli degli altri paesi europei, soprattutto quelli più simili a noi. Nel 2009 il nostro tasso di occupazione era un po' superiore al 57 per cento contro la media europea del 65 per cento, media entro cui stanno paesi come il Regno Unito e la Germania con tassi addirittura del 70 per cento per non parlare di quelli nordici che ce l'hanno ancora superiore. Dal 2000 al 2008 in Italia sono stati creati 2 milioni di posti di lavoro; la crisi ne ha fatti perdere moltissimi, accrescendo il numero dei lavoratori in cassa integrazione. Questo significa che una volta finita la cassa integrazione la situazione potrebbe rivelarsi ancora più drammatica. Ciò che interessa, rispetto alla sua domanda, è che dei posti di lavoro creati sin qui il 40 per cento sono precari.; 800 mila posti di lavoro creati dal 2000 al 2008 sono totalmente precari. Lei cita giovani e donne, non c'è dubbio che il precariato colpisca soprattutto loro. La disoccupazione giovanile è elevatissima, tra i 15 e i 24 anni, maschi e femmine, hanno una disoccupazione cresciuta dal 20 al 24 per cento del 2000 al 26 per cento attuali. I giovani tra i 25 e i 29 anni, uno su 4 non ha mai compiuto nessuna attività di lavoro, e tra i 30 e i 34 anni questo dato è ancora più grave: uno su 5 non ha mai compiuto un'attività di lavoro.
Witc. Da più parti si chiede la stabilizzazione dei precari, recentemente vi ha fatto cenno anche il governatore di Banca d'Italia, Draghi. Cosa occorre mettere in campo, a suo avviso, che fare per restituire a questi lavoratori e lavoratrici un diritto nettamente sancito dalla nostra Costituzione? L.P. Interventi per la stabilizzazione del lavoro precario sono assolutamente necessari. Già il governo Prodi, nel 2008, aveva compiuto un'importante manovra in questa direzione, proprio perché la cosa più assurda che si possa fare è dissipare le risorse più importanti per il futuro di un'economia, di una società. Il governo Prodi aveva concesso benefici fiscali rilevanti, per due anni, agli imprenditori che trasformavano un posto di lavoro precario in stabile a tempo indeterminato. Bisogna dunque pensare a soluzioni di questo genere. Il Partito democratico aveva proposto, per esempio, che venisse posta una tassazione sulle frequenze, così recependo già dai quattro ai sei miliardi di euro. Risorse consistenti con le quali si può lavorare. Certo, questa stabilizzazione non può che avvenire in termini di gradualità. Molti dei contratti precari sono contratti part time e per loro va pensato qualcosa di più specifico, magari annullando il lavoro parziale, cercando benefici maggiori rispetto alle tutele previdenziali, assicurative, per esempio la maternità, oppure altre tutele che si possono pensare.. Questa misura va fissata in modo assolutamente radicale per tutti i giovani che compiono un lavoro precario. Lavoro precario significa anche che si pagano meno contributi, che ci sono intervalli tra momenti di lavoro e momenti di non lavoro su cui non c'è copertura assicurativa..., quindi bisogna pensare a formule - come la contribuzione figurativa, per esempio -, che tentino di dare... Stabilizzazione significa anche tutele quando queste persone dovessero trovarsi in momenti di difficoltà o dovessero andare in pensione. La tutela per eccellenza è l'estensione degli ammortizzatori sociali; quando perdono il posto di lavoro, e sono i primi a perderlo!, questi lavoratori non hanno nessuna indennità di disoccupazione, ce l'hanno irrisoria, quindi bisogna pensare di estendere gli ammortizzatori sociali anche in questo ambito. Le risorse si possono trovare, se si vuole; si può pensare anche alla tassazione delle aliquote finanziare finalizzando gli introiti esclusivamente a questa grande emergenza. Un'emergenza nazionale, europea, di tutti i paesi sviluppati e come tale va trattata.
Witc. Le donne lavoratrici sono in gran numero precarie, la loro realtà è fatta di insicurezze, instabilità, che disegnano un'emancipazione imperfetta. Tutto questo in un quadro generale che vede l'Italia in coda alle graduatorie europee e internazionali per numero di donne occupate, per servizi dedicati alle lavoratrici, per politiche mirate per esempio al doppio lavoro che grava sulle nostre spalle: produttivo e riproduttivo. Da dove cominciare, in termini di priorità, per affrontare le questioni specifiche che impediscono la crescita dell'occupazione femminile nel nostro paese? Dove reperire le risorse? LP. Citavo prima il dato sul tasso di occupazione in Italia - poco più del 57 per cento rispetto a quello medio europeo intorno al 65 per cento. Se disaggreghiamo questo tasso per vedere la componente maschile e quella femminile, notiamo che la componente maschile è ai livelli medi di quella europea mentre quella femminile è molto al di sotto e trascina verso il basso l'intero tasso di occupazione. Vuol dire che di mezzo c'è uno spreco di risorse, ma anche potenzialità immense perché il rilancio della crescita, il rilancio del PIL, avviene agendo soprattutto su due leve: il tasso di occupazione e il tasso di crescita della produttività. Sono queste, dunque, le due assi sulle quali bisogna lavorare di più: occupazione e produttività. Dunque, per quanto riguarda le donne non c'è dubbio che fare politiche integrate dal lato economico e dal lato sociale sia assolutamente fondamentale, com'è assolutamente fondamentale – per quanto riguarda il lavoro delle donne - avere una struttura che consenta la conciliazione tra lavoro sul mercato e lavoro di cura all'interno della famiglia (aldilà del fatto che le relazioni tra i sessi nei lavori domestici nella famiglia devono cambiare, ma questo è un discorso di lunghissima prospettiva). Le risorse: non investire sul ponte sullo stretto di Messina e investire in asili nido! Sarebbe una decisione fondamentale per favorire il lavoro delle donne. E così anche per l'autosufficienza, le politiche sociali per le giovani coppie..,tutto questo eleva la qualità della vita in generale, e favorisce il lavoro delle donne. Poi ci sono misure molto più specifiche, per esempio ricorrere ad una detrazione fiscale mirata sulle donne, che le privilegi per favorire la loro utilità nell'ambito domestico e la loro utilizzazione negli ambiti di mercato.
Witc. Come si concilia l'appello alla stabilizzazione del lavoro precario con i tagli che il governo sta imponendo in settori chiave come quello della cultura e della conoscenza. Penso alla scuola pubblica, per esempio alla scuola primaria, dove il precariato è praticamente tutto femminile? L.P. Portare avanti un discorso sulla stabilizzazione è in ogni caso fondamentale, ci sono persone che fanno lavori precari per venti, trenta anni..., con la riduzione delle cattedre, e la riduzione del rapporto insegnante- alunno, ci sono persone che non avranno più neanche il lavoro precario! La contro-riforma della scuola che sta portando avanti la ministra Gelmini è quindi assolutamente da combattere. Ciò che si potrebbe fare, per esempio, è allargare il tempo pieno scolastico invece che ridurlo. Ci saranno più occasioni lavorative per insegnanti, insegnanti precari, giovani insegnanti che vanno gradualmente immessi nei circuiti complessivi della formazione, e sappiamo che nella fase di produttività stagnante in cui ci troviamo l'investimento massimo è quello del capitale umano. Quindi, sia dal lato dell'infanzia-adolescenza-giovinezza che da quello degli operatori del settore scolastico, è veramente assurdo che non si pensi che il capitale umano debba essere assolutamente elevato per consentire anche un aumento della produttività.
Witc. Ridare centralità alla scuola pubblica richiama ad una sorta di rivoluzione, di risorgimento culturale per un paese come il nostro che da anni assiste al suo progressivo smantellamento, con tagli sempre più gravosi sull'intero comparto culturale e ricadute sempre più drammatiche sull'occupazione...Il 22 novembre il mondo della cultura si mobiliterà contro i tagli decisi dal governo, che coinvolgono migliaia di addetti e addette, e ribadire la necessità di una politica culturale che metta al centro i valori forti della conoscenza... L.P. La rivoluzione culturale di cui lei parla ci vuole in tutti gli ambiti, in tutti i campi. Ci vuole veramente un nuovo paradigma perfino antropologico, penso che dobbiamo puntare a costruzioni di Polis tutte traguardate sulla costruzione di un nuovo modello di sviluppo che cambi gli stili di vita, i modelli di consumo. Che più che alla dissipazione e alla distruzione delle risorse paesaggistiche e ambientali dia rilievo alla costruzione di un mondo basato su valori forti, sull'immaterialità, su conoscenza, su cultura, su beni culturali.. Altro che rivoluzione culturale! Penso proprio che ci sia bisogno di un nuovo paradigma traguardato sul modello dello sviluppo umano. Non più solo economicistico, quantitativistico, strettamente materiale.
Witc. Possono venirci imput dalle economie emergenti? Quali, a suo avviso? L.P. Dalle nuove economie emergenti ci vengono tanti imput. Penso che la Corea del Sud ha destinato alla green economy il 90 per cento del suo piano di stimolo fiscale per il salvataggio, quando c'è stata la crisi finanziaria gravissima. Quindi, a qualcosa che rientra nell'ambito di revisione radicale, di rifondazione del paradigma economico-sociale di cui stiamo parlando. Del resto, i Paesi asiatici hanno tutti una tradizione enorme in cultura, scuola, educazione, ed anche per questa ragione sono paesi più egualitari di quanto non siano per esempio i paesi anglosassoni. Sappiamo che l'education è una delle variabili fondamentali dell'uguaglianza, avvalora le strutture diseguali poi anche in termini di reddito. Quindi, abbiamo tante cose da imparare e bisogna proprio lanciarsi in una prospettiva di neo-umanesimo. E' questa la mia convinzione.
Witc. Parliamo di banche. L'attuale crisi del sistema bancario irlandese ha riportato alla mente le scene di panico, viste in mondovisione, del fallimento delle banche americane che ha dato il via alla crisi finanziaria globale. Tremonti assicura che le banche italiane sono solide. Tuttavia l'accesso al credito, per esempio per le piccole imprese femminili, è diventato una vera corsa ad ostacoli, le banche avanzano richieste di garanzie sempre più gravose, e questo pesa sullo sviluppo e la ripresa economica. Da più parti si invoca una riforma del sistema bancario, qual è il suo suggerimento in proposito? L.P. Se guardiamo al sistema bancario nei termini della valorizzazione dell'uso della moneta, allora dobbiamo dire che la banca ha un ruolo importantissimo, quello di canalizzare il risparmio verso gli investimenti, verso l'economia reale, verso la produzione. Purtroppo negli ultimi venti anni, con il neoliberismo sfrenato che ha creato la finanzializzazione sfrenata poi crollata con la crisi iniziata nel 2008, questa funzione primaria delle banche, tutelata anche costituzionalmente perché di fatto un bene comune, purtroppo si è molto dilatata. Quel che si è preferito è appunto il processo di finanzializzazione. Credo che, in primo luogo, ci sia da ripristinare la destinazione del risparmio, questa funzione primaria che è l'economia reale, e gli investimenti. Per far questo, si deve distinguere all'interno del sistema bancario tra attività commerciale e attività d'investimento, ripristinando le normative che separavano attività commerciale strettamente finalizzata al finanziamento dell'investimento dalle attività che invece cercano soltanto speculazione, finanzializzazione. Il modello è ciò che ha fatto Roosevelt nel new deal e che purtroppo nel 1999 è venuto meno. Bisogna andare, come sta facendo Obama, verso sistemi che ripristino questa distinzione; bisogna anche rimettere in discussione i profitti e le retribuzioni enormi che si hanno nel sistema bancario e nel settore delle intermediazioni finanziarie ancor di più, che corrispondono del resto alla veicolazione dei guadagni di produttività solo verso la finanzializzazione. Il rapporto tra una retribuzione mediana e la retribuzione di un top manager, soprattutto della finanza, nel 1979 era di trenta volte, oggi è diventato di quattrocento volte e negli ambiti della finanza anche di mille volte! Sono queste le mostruosità che vanno rimesse in discussione. Obama ha messo sotto osservazione questo tipo di rapporti. Quindi, ci sono azioni importantissime che devono essere svolte e bisogna tornare ad una sorta di “sanità” da ripristinare nello svolgimento delle funzioni che ciascun ruolo prevede. Poi, bisogna anche immaginare di poter sviluppare quegli strumenti di credito e microcredito che proprio i paesi emergenti hanno inventato nel corso degli ultimi venti anni, e che stanno dando buoni frutti.
Witc. Un'ultima battuta, a proposito della Conferenza nazionale delle Donne del Partito Democratico, cui lei ha dato la sua adesione. Con quali parole d'ordine? L.P. Sono un'economista, ho partecipato alla nascita della Conferenza Nazionale con la mia competenza. Credo che con tutto quello che sta succedendo alle donne in questo paese, con il vilipendio del corpo femminile, le offese, le ferite..., è ovvio che ci voglia una riscossa da parte delle donne. Da questo punto di vista, che ci sia un luogo dove potersi incontrare, riflettere, all'interno del Partito Democratico, non può essere che positivo. Le parole d'ordine le dobbiamo ricavare da quello che abbiamo detto sin qui, la prima che adotterei è “ le donne non sono un problema, ma la soluzione dei problemi.”. |