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Deportando i ceceni, i russi completavano la loro vittoria sui musulmani del Caucaso, la cui sanguinosa resistenza aveva tanto ostacolato la penetrazione europea nel sud. La turbolenza musulmana aveva sonnecchiato, alla fine del secolo XIX per risvegliarsi, poi, pericolosamente sotto il regime sovietico: una prima volta, nel 1930, una seconda, all’inizio della guerra, nel 1941. Le condizioni di vita per i ceceni rimasero dure fino alla morte di Stalin, nel 1953. Si dovette attendere il XX Congresso del Partito Comunista, nel 1956), perché Nikita Kruscev riconoscesse l’ingiustizia patita dai ceceni e autorizzasse il diritto al ritorno dei popoli deportati. Nel 1957, gli esiliati sopravvissuti poterono ritornare nel loro paese e la Repubblica Autonoma di Cecenia-Inguscezia fu restaurata. È da allora che la diaspora cecena, presente nella maggior parte delle città dell’ex-Unione Sovietica, è unita nell’odio del nemico russo. È tra i bambini dei deportati, tornati in un paese dove non sono sempre nati, che sono stati reclutati i più feroci partigiani dell’indipendenza cecena degli anni 1990 e 2000 e, in particolare, il primo presidente della Repubblica cecena, Dzhokhar Dudayev.
3. Cecenia: terra del disonore russo
“Se il presidente Eltsin avesse letto Hadji Murad di Tolstoj, è assai improbabile che si sarebbe imbarcato in un conflitto coi Ceceni.” Evgenij Evtuschenko
Nel racconto postumo, Hadji Murad, Tolstoj parla del “cardo ceceno”. Lev Tolstoj che, servì, per ben due volte, negli eserciti zaristi, incaricati di domare la rivolta cecena, ammetteva che il Caucaso era una terra piuttosto strana, dove guerra e libertà, due concetti, così apparentemente contrari, si univano in un tutt’uno. Da Caterina II a Putin, la Russia ha seppellito migliaia di uomini nel grande cimitero caucasico per ricordare a ogni russo che vi è sempre un prezzo da pagare, quando si vuole resistere agli ordini che vengono dall’alto. Putin l’ha capito bene. E la seconda guerra cecena affonda là le sue radici. Quanto alle prospettive aperte dalla scuola putiniana di crudeltà, Anna Politikovskaja ne evoca le tragiche conseguenze:
“In Cecenia siamo caduti in un buco nero, abbiamo allevato una tale quantità di assassini cinici che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di killer a pagamento dell’intero pianeta. Rispondo alle mie parole: una persona su due uccisa in Cecenia è un civile abbattuto in condizioni di giustizia sommaria. Questo significa che migliaia di militari che hanno servito in Cecenia sono dei boia sistematici.” Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo
e più avanti prosegue:
“A volte passeggio tra le rovine della capitale cecena. Parlo con i suoi abitanti, li guardo negli occhi, ripenso alle loro storie e mi rendo conto che la mia mente rifiuta di credere loro, contesta, respinge i loro racconti. Semplicemente per proteggersi. Ci credo e non ci credo, vorrei non farmi contaminare.” Anna Politkovskaja, Cecenia. Il disonore russo
Nell’agosto del 1991, Dudayev profittava del colpo di Stato mancato a Mosca per attaccare il parlamento regionale e prendere il controllo di palazzi amministrativi a Grozny. Le elezioni che seguivano portavano il Congresso Nazionale e Dudayev al potere. Il 4 novembre 1991, Dudayev proclamava l’indipendenza della Cecenia. Boris Ietzin prendeva, allora, coscienza del pericolo, ma era troppo tardi. Il separatismo era stato legittimato dalle urne, anche se le condizioni delle elezioni non erano state sempre molto regolari. Nel novembre del 1991, Ietzin proclamava lo stato di urgenza in Cecenia e poneva la Repubblica sotto gli ordini di Akhmet Arsanov. Il risultato fu immediato. Fu un’esplosione di sentimenti anti-russi e Dudayev divenne estremamente popolare. Ietsin fu obbligato a fare retromarcia e ad annullare il decreto di stato di urgenza. Tra la fine del 1991 e la fine del 1994, la Repubblica cecena tentò di consolidarsi, mentre i russi attendevano la fine della febbre rivoluzionaria. Cercarono di screditare Dudayev con tutti i mezzi e prepararono il ritorno della Cecenia nel girone della Repubblica di Russia. Aiutarono l’opposizione anti-Dudayev a strutturarsi e, nell’estate del 1994, un inizio di guerra civile sembrò dare loro il segnale di intervento. Il 26 novembre 1994, l’armata russa lanciò un attacco di tanks su Grozny: fu un fiasco completo, ma la messa al passo della Cecenia era divenuta un enjeu per l’approvvigionamento del petrolio e per la rielezione di Boris Ietzin al Cremino. Quest’ultimo sperava in una vittoria rapida e totale. Nel dicembre del 1994, i russi lanciarono un massivo attacco. Il palazzo presidenziale di Grozny fu preso, il 19 gennaio 1995. Il 21 aprile 1996, Dudayev moriva in un attentato. Nell’agosto, i ceceni ripresero Grozny. Nel corso dello stesso anno, il generale russo Lebed tentò una soluzione negoziata, che rinviò la fissazione dello statuto definitivo della Cecenia al 31 dicembre 2001. Entrato in Cecenia, nel dicembre del 1994, l’esercito russo si ritirava alla fine del 1996, poi, rioccupava la piccola repubblica, nell’autunno del 1999. Anni e anni di bombardamenti, di distruzioni, di occupazione brutale. Decine di migliaia di vittime civili, circa 200.000 rifugiati, una generazione umiliata. E migliaia di soldati russi uccisi. Gli anni si susseguono e Mosca è sempre in guerra contro una piccola nazione che considera come “di Russia”. Nessuno oggi, in Cecenia o in Russia, crede in una soluzione prossima. Quando una guerra dura da anni, si finisce per dimenticarne le origini. E la spiegazione appartiene a chi grida più forte. Vladimir Putin, dapprima, è riuscito a far dimenticare le cause storiche e politiche di un conflitto di tipo coloniale tra la potenza ex-sovietica e la piccola Repubblica separatista, che sperava di seguire, dal 1991, le vicine Georgia e Armenia sulla via dell’indipendenza; poi, ha ricondotto la questione cecena a una lotta contro un movimento di terroristi. L’11 settembre 2001 è stata una vera “manna” per Putin: offriva al presidente russo l’occasione insperata di rilanciare il partenariato con gli Stati Uniti e di fare un amalgama disonesto tra la causa cecena e Bin Laden. Washington da parte sua considerava tutti i focolai islamici radicali passibili di allearsi con Bin Laden. Gli Stati Uniti armarono e addestrarono l’esercito georgiano per mettere le mani su terroristi tra i rifugiati ceceni della valle del Pankissi. La resistenza cecena fu sempre più abbandonata. Non riceveva più sostegno che dalle forze islamiche radicali. Il presidente Maskhadov, che era il sostenitore di uno Stato laico e di un islam aperto, controllava sempre meno l’insieme dei clan ceceni. E i più radicali disponevano di più sostegni finanziari rispetto agli altri componenti della resistenza. Ma questo non significa affatto che il popolo ceceno sia stata incline all’integralismo musulmano.
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