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Giovanna Taviani sul set delle Eolie
Note a margine. La mia visione, a Venezia, di pellicole “di donne” - su questo magazine ne parleremo ancora - , è stata guidata da alcuni parametri teorici di matrice universitaria e, in particolar modo, dalle analisi sulla “Feminist Film Theory” e sui “Gender Studies” contenute in diversi saggi tra cui, per fornire una fonte italiana, il capitolo omonimo scritto da Veronica Pravadelli e riportato in “Metodologie di analisi del film”, a cura di Paolo Bertetto, Editori Laterza. Da esso emergono diversi suggerimenti e quesiti per leggere un'opera cinematografica di sesso e genere femminile: rapporto tra cinema, differenza sessuale e “gender”; specificità di “gender” nell'esperienza spettatoriale con l'emersione di una “teoria della spettatrice”; nuovi dispositivi narrativi, formali e retorici, di messinscena, ripresa e montaggio, afferenti ad una questione linguistica e stilistica; dominante visione patriarcale alias eterna supremazia dell'uomo; relazione tra cinema e realtà, ossia il trattamento filmico del femminile e l'esperienza quotidiana; similarità della donna al non-uomo nella sua definizione sub specie di essere differente e mancante di una parte; sua assimilazione a oggetto/ spettacolo esibito,per voyeurismo /narcisismo; constatazione della differenza di gender iscritta non solo nella rappresentazione filmica, ma anche nell'esperienza cinematografica; impiego di un filtro razziale, culturale, coadiuvato da studi postcoloniali; rapporto con la beauty culture se e solo se moda e divismo vedono il desiderio femminile proprio in relazione alla convergenza tra procedimenti psichici e pratiche sociomateriali. Alcuni film come “Venus Noire” o “Somewhere” si prestano, particolarmente, ad un esercizio ermeneutico della metodologia proposta, mentre, con occhi, indubbiamente, più neutri (non necessariamente di genere), riporto dal mio “diario di bordo” voces et rumores di altri colleghi, di giornalisti, critici o gente comune proveniente da tutta Italia per una sana cura di cinefilia. Essi hanno sostenuto il bilancio di una povertà d'insieme del Festival, un po' decaduto dopo i fasti di alcuni anni fa; la disorganizzazione che, pur se a tratti, ha minato il rapporto con i fruitori della Mostra, limitandolo in alcune circostanze al vuoto delle pratiche burocratiche: non ne lamento la presenza, ma sottolineo il respiro affannato in un'aria non ossigenata, sufficientemente, da boccate di cinema. Così, anche i due leoni posti a pochi passi dal Casinò, sulla via della Sala Grande e della Sala Pasinetti, mal lucidati, mi sono sembrati due timidi gattini spropositatamente cresciuti.
Il mio diario si avvia a questo punto alla conclusione, recupero ricordi intimi di un'intensa esperienza che affioreranno nel tempo, e mi stupisco come la prima volta della suggestione e del potere che subisco rapita nel mondo di celluloide, risentendo negli orecchi la cantilena dell'inflessione veneziana, ripensando alle imprecazioni tra me e me contro prezzi esagerati di panini minuscoli, sorridendo della vanitas di alcune signore attempate in posa con il divo di turno o nelle sale e terrazze dell’Hotel Excelsior… A lungo, infine, mi resteranno nella mente le calle di notte a Venezia mentre, circondata da un silenzio insolito, sfida seducente per la chiassosa Roma, arrivo da una piazzetta sul fondo a contemplare le onde di un mare flebilmente illuminato, ad ascoltarne immobile il fruscio, sempre lì da Fondamenta Nove.
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