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Afghanistan 2009 “Quello degli Stati europei che riuscirà a diventare padrone del territorio afghano, affermerà il proprio incontrastato dominio su tutta quella parte del globo che dal Caspio e dal Golfo Persico va fino all'Oceano Indiano e al Mar Giallo.” (Abu Fazil).
"Quando Allah ebbe creato il resto del mondo, si avvide che era rimasto ancora molto materiale di scarto che non si adattava a nessun luogo. Allora, mise insieme quel materiale e lo gettò sulla terra. E quello divenne l’Afghanistan.”.
Contrade pietrose, aride e gelide, che sembrano non poter suscitare alcuna cupidigia… Da decenni, eppure, gli uomini vi muoiono sudiciamente e le donne vi soffrono atrocemente, generazione dopo generazione. A una sciagura, a un tiranno, succede un’altra sciagura, un altro tiranno. Che venga dal di fuori o dal di dentro, vi si abbatte ciecamente e con una crudeltà estrema e sembra distruggere la speranza stessa. Nel vedere la miseria delle città in rovina, la condizione delle donne, le lotte che contrappongono le diverse tribù, sembra sia scomparso l’Afghanistan, come lo hanno scoperto Marco Polo, Bruce Chatwin, André Malraux, Ella Maillart, Annemarie Schwarzenbach e tanti altri… Non si conoscono del Paese che le immagini speculari dai media. Eppure esso vanta una lunga storia e una grande cultura…
Rammento lo stupore di J quando apprese il senso di questo mio viaggio. Perché rimestare nella storia quando gli eventi attuali si rivelano così cruenti? Un pensiero mi forzava a prendere la strada: risalire la pista di Marco Polo. E un desiderio, altrettanto forte: seguire le orme di Rumi. Marco Polo e Rumi avrebbero potuto incontrarsi su questa Via della Seta, nelle loro peregrinazioni, sulla costa dell’Asia Minore, in Anatolia o nel fondo dei deserti. Avrebbero potuto parlarsi, scambiarsi non della seta, dell’oro o dei ninnoli di vetro ma i loro saperi, perché la conoscenza, la scrittura e l’avventura compongono i segreti delle opere dei due viaggiatori, il Libro delle Meraviglie del veneziano e il Libro del di dentro dell’orientale. L’uno mercante, l’altro poeta. L’uno venditore di tessuti e di stoffe, l’altro predicatore della tolleranza, dell’amore dell’Altro per l’amore di sé. Il mio padre confessore, un gesuita spagnolo, faceva comprendere questa idea con un’immagine semplice, ma molto forte. Raccontava che un giorno, camminando, aveva visto su una collina di fronte, una forma mostruosa; avvicinandosi, si rivelò un uomo; quando fu vicino, riconobbe suo fratello.
La Via della Seta non esiste più, perduta nelle sabbie, nelle guerre, umiliata dalle frontiere di cui solo i trafficanti si fanno gioco. J non aveva torto. Perché cercare a ogni costo le tracce e i caravanserragli di una via improbabile? Che resta oggi, se non polvere, rovine, fortini inabitati? Afghanistan 1969 “Nessuno si può considerare padrone dell'India se non ha in mano Kabul.” Gran Moghol Akbar
Posto tra Cina e Iran, tra Russia e Subcontinente Indiano, l'Afghanistan assomma due peculiarità: è un passaggio nel cuore dell'Asia, così obbligato che tutti i grandi condottieri e viaggiatori dovettero transitarvi, da Alessandro Magno a Marco Polo; ed è pochissimo noto nel mondo occidentale. Il fondamento dell'Afghanistan riguarda, anche direttamente, l'Europa. Ci riguarda, in primo luogo, il tessuto etnico. La grande maggioranza degli afghani si proclama indoeuropea. Certo, hanno subito numerose commistioni: basti dire l'ondata araba, che, tra l'altro, determina l'avvento di quella grafia. Ma le due lingue afghane, il dari e il pashtu, sono lingue indoeuropee. Dipende dalle migrazioni di alcune migliaia di anni fa, quando, diffondendosi verso il meridione delle steppe dell'attuale Russia, gli ariani dovettero necessariamente invadere l'Afghanistan. La città di Balkh, nel nord del paese, è considerata una delle culle della loro gente.
All'inizio dei tempi storici, l'Afghanistan faceva parte dell'impero persiano; vi penetrò, nel IV secolo a.C., Alessandro. Subito, la scia del condottiero venne seguita da mercanti, tecnici, artisti occidentali; più tardi, i regni ellenistici conglobarono anche l'Afghanistan; la Bactriana, imperniata su Balkh, sopravvisse a lungo come territorio pressoché greco. Ma vi è di più. Buddha nasce nel VI secolo a.C. e la sua religione si diffonde, anche in parte, nell'Afghanistan, senza, tuttavia, che la sua immagine venga mai raffigurata; poi, arrivano, memori dei loro dei, gli artisti greci, ed ecco Buddha effigiato in statue e dipinti; al dio nepalese gli artisti occidentali danno, sia pure con gli occhi a mandorla, il volto di Apollo. D'istinto noi europei, permeati di umanesimo, badiamo più alle tracce del mondo classico che ad altri fattori. Ma, intanto, la storia dell'Afghanistan corre. Nasce un grande impero locale, detto Kushana, che, guidato dal sovrano Kanishka, più o meno ai tempi di Nerone si batte contro i cinesi. Arrivano, dal ricostituito impero persiano, i Sassanidi; piombano da nord feroci genti, cugine degli unni; dilagano, nel VII secolo, gli arabi, che con la religione musulmana diffondono nuove norme e forme di vita. Quantunque gli arabi come tali lascino, poi, il paese o vi si fondino, queste norme e forme, basate sull'islam, danno all'Afghanistan il costume generale che conserva tuttora.
Oggi, gran parte dell'Afghanistan è steppa o deserto; non così settecento anni fa. A quei tempi, mentre da noi nasce Dante, dalla Mongolia irrompe l'onda di Gengis Khan. E spazza tutto, da un capo all'altro del paese. Gengis Khan distrugge, sia per spirito primordiale di aggressività o per necessità, sia perché la sua gente, in gran parte di origine nomade, basa la conquista sull'impiego dei cavalli, quindi, sull'esistenza non delle città ma dei grandi spazi liberi. La distruzione radicale investe anche le opere di irrigazione. Quando Gengis Khan si ritira, l'Afghanistan decade presto a steppa, a deserto.
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