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 Martha Rosler, Nature Girl
“Il futuro delle donne sarà la storia della Donna”. Questo slogan campeggiava spesso nei molti manifesti e nelle locandine che annunciavano convegni, mostre artistiche, festival internazionali di cinema e fotografia, promossi nel corso degli anni Settanta da un’avanguardia di donne artiste in America e in Europa. L’intento era abbattere la cortina di fumo grigio che avvolgeva la produzione artistica, causa ed effetto nello stesso tempo, che accompagnava la rinascita del femminismo. Si voleva portare alla luce la consapevolezza dell’invisibilità storica delle donne nella Storia, e che il loro riconoscimento come soggetti produttrici di cultura era una condizione necessaria per la definizione di una storia delle arti rinnovata e capace di cogliere tutte le complesse sfumature ed eterogeneità. “La questione non è più: “chi sono?”, ma bensì “dove sono?”, affermava a tal proposito Birgit Jurgenssen (1949-2003), l’eclettica artista viennese, icona dell’arte femminista, che si era formata secondo i dettami del surrealismo e dello strutturalismo francese. “L’identità di genere”, proseguiva, “ è fondata dallo spazio che gli esseri umani si creano per potervi esistere”: uscire dai confini, quindi, era d’obbligo per liberarsi da identità imposte e per reinventare spazi e modalità nuove di espressione nella ricerca di una identità femminile autonoma. Nel 1971, Linda Mochlin nel saggio “Perché non ci sono mai state grandi artiste donne” analizzò la difficoltà che, nei secoli, queste avessero avuto per accedere ad una formazione artistica completa all’interno delle Accademie, che fino alla fine del XIX secolo vietava loro di seguire i corsi di nudo, limitando così la conoscenza, nonché studi appropriati sul corpo umano, propedeutici per un pittore e spiegava che: “ il fatto che non vi furono gli equivalenti femminili di Michelangelo o Rembrandt, Dèlacroix o Cezanne o Matisse non è una nostra predestinazione, nei nostri ormoni, ma nell’educazione che riceviamo”. E concludeva, asserendo che l’arte e la critica contemporanea non possono fare più a meno del contributo femminista. Attraverso l’impegno costante nei secoli e fino agli anni Settanta si stabiliscono, quindi, le coordinate esistenziali che, svincolate dalle specificità storiche e sociali, concretizzano la realizzazione di un’arte che denunciava il predominio di una società patriarcale e la volontà delle donne di riappropriarsi di un’identità femminile nonchè della consapevolezza del proprio destino. Un’importante riflessione sugli stereotipi della condizione femminile nella società contemporanea, sullo stereotipo del corpo della donna ridotto ad una idealizzazione estetica plastificata e omologata dalla società mercantile (che impone bellezza, giovinezza, salute e sessualità, come bisogni da soddisfare, alienando il desiderio e l’erotismo), è offerta da una collezione di straordinario interesse, come quella della Sammlung Verbund di Vienna. Si tratta di una raccolta d’arte realizzata dalla maggiore impresa elettrica austriaca, avviata già nel 2004, che ricostruisce e documenta l’impegno di artiste appassionate, che attraverso l’arte, la fotografia, i video e performance, hanno favorito la liberazione dalle idee e anche dalle modalità espressive dominanti, contribuendo così al rinnovamento più generale del linguaggio e delle forme nell’arte contemporanea.
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