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"Democrazia: non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto.” Blaise Pascal
Quando è sorta la democrazia, vale a dire la facoltà per ogni cittadino di concorrere con uguali diritti alla determinazione del governo e dell’indirizzo politico dello Stato? A questa domanda si risponde, in genere, che di tali conquiste siamo debitori alla Rivoluzione Francese. Qualcuno, più dotto, ricorda che vi fu un sistema democratico già nel governo delle antiche città greche. Ma non si va oltre la Grecia: oltre la Grecia, infatti, vi è l’antico oriente e, nell’opinione comune, un mondo di sovrani assoluti e dispotici per eccellenza, che spinsero il loro potere fino a proclamarsi dei in terra. Come potevano quei sovrani ascoltare e rispettare la volontà dei popoli? Tutto questo si pensa: ma, oggi, siamo in grado di dire che non è vero. La più antica civiltà della storia, quella sumerica, ha rivelato, attraverso i suoi testi, la prima democrazia che si conosca a memoria d’uomo. Fu, ovviamente, una democrazia diversa per molti aspetti dalla nostra; ma alla nostra fu uguale, e anzi, in qualche senso, superiore, nell’assicurare a ciascuno, quali che fossero la classe sociale e la condizione economica, pari diritti civili e politici nello Stato. Vi è un poemetto, in specie, che assai bene riflette la situazione: si tratta della contesa tra due città, Uruk e Kish; il re di Uruk era in inizialmente vassallo del re di Kish, ma, poi, volle rendersi autonomo e, progressivamente, ha esteso il suo potere sì da suscitare la gelosia del rivale; quest’ultimo, allora, gli inviò un’ambasceria per porgli l’ultimatum della sottomissione o della guerra a oltranza. Qui è il punto più interessante del poemetto. Dopo aver ascoltato gli ambasciatori, il re di Uruk convocò il senato (è la parola esatta, perché il testo riporta “gli anziani della città”) e chiese il suo parere sulla decisione da prendere. I senatori tentennarono, sarebbero stati inclini a un atto di sottomissione, pur di evitare il flagello della guerra. Ma vi era un’altra assemblea che doveva essere consultata, quella che raccoglieva tutti i cittadini liberi in grado di portare le armi: a questa assemblea si rivolse successivamente il re, e la decisione finale fu quella di opporsi all’ultimatum e di resistere con le armi. Il re, che questo, appunto, aveva sperato, si rallegrò e scese subito in campo: la vittoria premierà il suo coraggio. L’importanza del racconto è davvero notevole. Qualcosa come cinquemila anni fa, esisteva un sistema parlamentare con due camere; il re aveva poteri limitati o comunque condizionati dalle assemblee (in un altro poemetto, non meno interessante, le assemblee gli avevano votato contro). Piuttosto, occorre osservare che il “parlamento” non era composto, come da noi, da rappresentanti del popolo, bensì dal popolo tutto, purché libero e in grado di portare le armi. Questa democrazia “integrale” era resa possibile dal fatto che le città sumeriche costituivano ciascuna uno Stato, più o meno come i comuni medioevali, e che la popolazione era assai inferiore di quella delle città moderne.
Il sistema politico che abbiamo descritto non durò a lungo: in tutto l’oriente si svilupparono presto i grandi imperi assoluti, nei quali non vi era più traccia delle antiche assemblee; ma, ora, vediamo che una forma di democrazia li aveva preceduti e, quindi, che la democrazia di molti secoli dopo non fu tanto un’innovazione quanto (sia pure con molte differenze) un ritorno. Piuttosto, quello che gli antichi sumeri non conobbero mai, come si è visto, è il sistema delle elezioni, vale a dire della rappresentanza affidata dal popolo a un numero limitato di cittadini. Questa è, senza dubbio, un’invenzione dell’occidente e, più precisamente, della Grecia: il motivo va ravvisato nel fatto che l’estendersi della popolazione non avrebbe consentito di fare diversamente. Nelle elezioni, dunque, e non nella partecipazione del popolo come tale alla vita pubblica, sta lo sviluppo caratteristico del nostro mondo. E, qui, non potremmo né vorremmo soffermarci sui sistemi politici ed elettorali, tanto complessi e tanto vari a seconda dei tempi e dei luoghi. Cercheremo, invece, qualche aspetto più specifico e curioso delle elezioni, iniziando dal mondo greco, dove Atene, patria della democrazia, ci ha restituito attraverso gli scavi i tesserini metallici con i nomi dei cittadini che servivano per gli elettori. Non solo, sono state ritrovate, perfino, le “macchine elettorali”, vale a dire dei pilastrini con lunghe file di fessure nelle quali venivano infilate le tessere. In realtà, questo sistema veniva usato, in particolare, per l’elezione dei giudici ed era basato sul criterio del sorteggio per evitare brogli e fenomeni di corruzione.
Ma, l’istituzione più tipica dell’antica Atene quella per cui essa è rimasta più famosa, è, senza dubbio, il sistema di elezioni “a rovescio” che si chiama ostracismo. Dopo la tirannide, la democrazia ateniese volle difendersi, contemplando la possibilità che qualsiasi cittadino giunto in posizione di responsabilità e prestigio, anche senza alcuna colpa, potesse a giudizio del popolo essere allontanato dalla sua carica e dalla città. Lo scopo si raggiungeva indicendo delle votazioni a mezzo di cocci o ostraca (da qui il nome di ostracismo), su cui i cittadini potevano scrivere i nomi delle persone da esiliare. Nel giorno convenuto, i votanti si recavano nella piazza principale, che era stata, appositamente, recintata ed entravano ciascuno dall’ingresso della sua tribù deponendo il coccio e rimanendo nel recinto fino a votazione ultimata. Lo spoglio doveva, anzitutto, stabilire il numero legale, che era di almeno seimila voti; quindi, l’ostracismo veniva dato a colui che aveva avuto il maggior numero di designazioni. Caduto presto in desuetudine, per gli ovvi rischi di faziosità cui esponeva, l’ostracismo resta, tuttavia, un tentativo, unico nella storia, di garantire la libertà lasciando ognuno incerto, per quanto potente, del proprio domani.
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