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Ancora prima che la necessità spingesse i popoli d’occidente a cercare nuovi sbocchi commerciali verso est, lo spirito cristiano aveva già spinto coraggiosi missionari verso terre terribilmente lontane. L’esempio di Giovanni da Pian del Carpine era stato seguito, oltre che preceduto, da altri tentativi di portare la parola di Cristo in Asia. Tanto che quando i due mercanti veneziani, i fratelli Niccolò e Matteo Polo, partiti per la prima volta da Venezia, nel 1261, diretti in estremo oriente, giunsero attraverso la Russia alla corte del Gran Khan Kublai, sovrano dei mongoli e dei cinesi, successore pacifico di Gengis Khan, incontrarono nel sovrano stesso una grande curiosità di approfondire meglio la religione cristiana, di cui aveva, già, sentito parlare da alcuni audaci esponenti arrivati, in precedenza, alla sua corte. Da questo primo viaggio, i due fratelli erano tornati in patria con l’incarico, da parte di Kublai, di chiedere al Papa uomini saggi che potessero con la loro sapienza istruire il popolo mongolo sulla falsità degli idoli. Inoltre, dovevano, al loro ritorno in Cina, portare al Gran Khan l’olio della lampada che ardeva davanti al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Dopo tre lunghi anni di viaggio, Niccolò e Matteo rimisero piede finalmente nella loro Venezia, nell’anno 1269, ma qui trovarono ad attenderli soltanto il figlio di Niccolò. Sicché, quando, nel 1271, Matteo e Niccolò, terminati i preparativi e sistemati gli affari, decisero di ripartire, il diciassettenne Marco si unì a loro.
Da quel giorno, per ventiquattro lunghissimi anni, nessun occidentale ebbe più notizie dei tre veneziani.
Il viaggio di andata durò tre anni e mezzo e si svolse lungo un itinerario nuovo per tutti e tre. Ebbe inizio in Terra Santa. Di là i Polo passarono nelle due Armenie e, poi, in Turcomannia (odierna Turchia) e in Georgia, terra già sottomessa al potere del Gran Khan, tanto che gli abitanti portavano marcata sulla spalla una grande aquila, come segno di riconoscimento e di soggezione al sovrano mongolo. Da quelle terre – racconta Marco nel suo libro – zampilla un olio meraviglioso che serve per alimentare il fuoco e come unguento medicinale. Raggiunsero, poi, il Mar Caspio, attraversando il reame di Mosul, famoso per le sue stoffe, e arrivarono nella favolosa Baghdad, governata dal califfo che – annota sempre Marco – aveva posseduto il più grande tesoro della terra in oro argento e gioielli fino a quando il fratello non glielo aveva tolto, con una cruenta guerra. Il viaggio dei veneziani proseguì attraverso la Persia, terra quanto mai ricca, grande e fertile, fino al golfo infuocato di Ormuz, sul Golfo Persico, circondato da favolosi giardini e azzurre piscine nelle cui acque gli abitanti cercavano ristoro alla terribile calura.
Fu, poi, la volta del deserto. I Polo lo attraversarono in otto giorni, soffrendo fame e sete, fino a quando scorsero la città di Tonocan, ai confini della Persia. Una sosta doverosa per riposare e per rievocare lo scontro decisivo tra le armate di Dario e di Alessandro Magno, e, poi, via ancora per deserti infuocati e città splendide e di ori e di ricchezze e terre fertili come giardini e pascoli verdeggianti e colline ricche di sorgenti e di selvaggina mai vista. Kashmir, Pamir, deserto del Gobi, Samarcanda… Esperienze contrastanti si avvicendavano nel giro di poche settimane, portando i tre mercanti da deserti infuocati a montagne coperte di ghiacci, da piccoli villaggi di pastori a favolose città di straordinaria bellezza.
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