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Si autodefiniscono “le marcianti”, come le chiamano le donne che comprano da loro. Le vedi farsi avanti dappertutto, in città come nelle campagne del paese, con una forza e una resistenza rare. Quelle che non hanno un posto fisso al mercato o per le strade, camminano senza posa, riescono a fare anche da 10 a 20 chilometri al giorno con le mercanzie sulla testa. Sono le haitiane di Santo Domingo, arricchiscono l’economia informale della Repubblica Dominicana, sono quasi tutte sans papier. La percezione comune le vorrebbe solo mendicanti (benché di malavoglia) con figli e figlie, e per questo spesso “usate” da trafficanti ruffiane. Invece, nonostante le tante vulnerabilità - debiti con gli usurai, furto delle mercanzie, molestie sessuali, cattivo trattamento (senza contare le conseguenze di non conoscere la lingua), sono in grado di farsi valere. E’ il risultato dello studio realizzato da una ricercatrice italiana, Graziella Scudu, per la ong Alas de Igualdad con il sostegno dell’Istituto Sindical Espanolo de Cooperación al Desarrollo. In assoluto, il primo studio sociologico sulla presenza e condizione delle donne “marchantes” nella Repubblica Dominicana, come spiega César Heraux, storico delle questione haitiana. La presenza a Santo Domingo (e l’apporto economico, poco riconosciuto ma indiscutibile) degli haitiani - donne e uomini - contava nel 1920 28.258 persone. Oggi si calcola che siano tra 800mila e due milioni, ma il numero è impossibile da precisare perché l’irregolarità o la mancanza di documenti li induce a nascondersi o a dare dati falsi. Le donne sono il 30 per cento, spiega Graziella Scudu, ed il loro contributo economico è di varia portata: danno impulso ad una rete di commercio informale che permette ai dominicani meno abbienti di comprare a basso prezzo; pagano la tassa per il diritto al suolo se hanno un posto fisso e quando acquistano articoli di consumo per sè pagano l’imposta come tutti: 16 per cento per i prodotti non alimentari. Il dato in più ci viene da Alberto Santana, ingegnere della Confederación Nacional de Trabajadores Dominicanos: nel 2002, la comunità haitiana, uomini e donne, ha rimesso ai suoi vicini 79 milioni di pesos (il gourde – la moneta haitiana - equivale al peso dominicano: circa 36,50 per dollaro).
Essere antihaitiani a Santo Domingo Il tema della presenza haitiana nella Repubblica Dominicana muove passioni antiche. La storia dell’occupazione di Charles Boyer per 22 anni (nel secolo XIX), o l’eccidio di 37mila haitiani ordinato da Trujillo nel XX, permeano ricordi, risentimenti e anche leggende. Nella sostanza, la questione si presenta colorata della discriminazione che in generale si esercita verso persone di pelle nera. Alcune delle donne intervistate da Scudu raccontano di maltrattamenti accompagnati con frasi come “maledetta haitiana, vattene al tuo paese”, di autorità che gli scippano la merce e le obbligano a pagare non meno di 500 pesos per riaverla, quando gli riesce, di ospedali che le trattano male, quando osano andarci. Per la stessa ragione, buona parte di loro preferisce vendere per strada e non lavorare come domestiche, nei ristoranti cinesi o nella zona franca. Le tonalità del tema sono comunque infinite perché tra i dominicani non mancano esempi di solidarietà; il terremoto dello scorso gennaio ha raso al suolo anche molti pregiudizi, ed è facile vedere fianco a fianco, nei villaggi, nell’edilizia, nell’agricoltura, haitiane e dominicane spesso amiche. Eppure, voci nazionaliste raccontano il contrario, dicendo che le haitiane vogliono “occupare” il paese.
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