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Se mafia è pratica di vita che si sostanzia nella sopraffazione e nella violenza antidemocratica, mafioso nel senso pieno ed eversivo della parola è l’attentato alla scuola professionale femminile di Brindisi. Alle undici del mattino del giorno dopo, questa strana sospesa domenica di lutto e di lutti, mentre si rincorrono in tv le ultime notizie sulle dichiarazioni degli inquirenti, mentre prendono forma le ricostruzioni dell’esplosione, della telecamera che avrebbe ripreso la bestia all’azione, del suo identikit, delle tante ipotesi sulle appartenenze e gli scenari, un pensiero mi sorprende, e s’impone netto. E’ mafia comunque, questo agguato atroce. Martire di mafia è Melissa, vittime di mafia sono tutte le studentesse colpite, obiettivo mafioso la scuola intestata a Francesca Morvillo Falcone, avvertimento mafioso la sfida allo stato tramite l’attacco ad una delle sue istituzioni fondanti più diretta e più simbolica, l’istituzione scolastica. In un giorno di festa, di quelle che piacciono a noi: l’arrivo a Brindisi della Carovana della legalità, la celebrazione viva del diritto alla partecipazione civica come condizione primaria del dirsi cittadini e cittadine, della ribellione alla logica della sopraffazione, della paura come statuto quotidiano, dell’indifferenza come metodo dei propri giorni.
Scriveva Antonio Gramsci, “ (…) L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. (…).
Non erano indifferenti, le studentesse della scuola professionale Morvillo Falcone di Brindisi, tozza costruzione di cemento armato nel viale disadorno di periferia che ci mostrano oggi le telecamere. Periferia classica di quel Sud dove i diritti sono sempre più in là dell’orizzonte quotidiano. Non erano indifferenti, le sedicenni di questa scuola di quartiere popolare, i marciapiedi sbrecciati di suo, le palazzine accostate in disadorna confusione. Su Facebook circola da ieri la foto del manifesto scolastico realizzato l’anno scorso sul tema “educazione alla legalità”: tanti sguardi femminili, uno accanto all’altro, tanti occhi di ragazze che ti osservano, ti indagano, ti frugano dentro con la forza dell’utopia possibile, mettono in fuga i tuoi pretesti all’indifferenza. Raccontano un cammino, semini che germogliano anche sulla consapevolezza della libertà femminile, sulla capacità di esserci là dove la lotta per i diritti si oppone al tallone di ferro del Padre, del suo interesse di Padrone, del suo potere su tutte e tutti.
Non so quali saranno e se ci saranno conclusioni nell’inchiesta sugli autori dell’attentato, non so se sapremo mai chi ha commesso questo orrido gesto e per conto di chi. Una cosa però possiamo pretendere. Non ci vengano per cortesia a ripetere che si è trattato di un gesto isolato, il gesto di un folle, il gesto di un uomo rabbioso contro la vita.
Questo è un attentato mafioso nel senso pieno della parola, là dove il significato del termine stesso “mafia” trascende il suo limite ed assume la portata di una violenza eversiva che mescola e fa proprie tutte le intolleranze. L’attacco alla scuola femminile è un segno del presente: nella zona oscura dove cambia tutto senza cambiare niente hanno capito la soggettività femminile.
Antonio Gramsci - Indifferenti
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
11 febbraio 1917
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