| Et Cetera |
| Sulla quota di un terzo ed il 50 e 50 | | Stampa | |
| di Nella Condorelli |
| Lunedì 14 Maggio 2012 09:53 |
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Domanda: che cosa vogliamo noi donne quando parliamo di riequilibrio della rappresentanza? Risposta: vogliamo la parità, che nella declinazione politica di genere significa 50 e 50. Sembra una considerazione pleonastica, scontata. Chi potrebbe essere contro il principio sacrosanto di parità? Ottenerlo, è tutto un’altro affare. Nessuno ci ha mai regalato niente, e non perché gli uomini in quanto genere siano “cattivi”. Molto più concretamente perché la lotta per la parità si inquadra e conduce dritto dritto allo smantellamento della società patriarcale. In tutti i suoi aspetti, in tutte le sue forme di sfruttamento, storicamente radicati peggio della gramigna, mutevoli peggio di un dannato virus, una lotta globale. A nord e a sud del mondo, se è vero come è vero che in nessun paese, neanche nel Nord Europa, tanto meno nella diseguale società degli Stati uniti, la parità effettiva è un risultato acquisito. In Svezia, per fare un esempio che tutte conosciamo, ci sono vicini, e ci sono arrivati con una saggia politica di “quote” avviata da tempo, che accoglieva le indicazioni dell’Unione europea (quella di prima della svolta finanziaria), quando i governi svedesi erano socialdemocratici; oggi che governa la destra tira tutta un’altra aria, ed il web magazine Feministik Perspektive ne dà conto quotidiano. Sono dunque schiettamente politiche e parlamentari, le variabili all’interno delle quali noi donne combattiamo la nostra titanica lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento del patriarcato, e delle relazioni sociali che esso impone innanzitutto attraverso l’ordine familiare. Sono in mano a chi detiene il potere, dunque in mano ai patriarchi, grandi e piccoli. Alla “cultura” del vivere e del produrre che hanno disegnato a proprio vantaggio, e mantengono. Perpetuando le diseguaglianze, proprio attraverso il cinico mantenimento della diseguaglianza primigenia, quella tra i due generi fondanti l’umanità. Per batterli, ci insegnano le dottrine politiche, occorre intelligenza politica, strategia, furbizia, alleanze e unità. Faccio queste considerazioni - una vera e propria premessa - perché crediamo che contengano tutti gli elementi necessari per l’interpretazione e valutazione del testo di legge sul riequilibrio della rappresentanza negli enti locali approvato l’8 maggio alla Camera dei Deputati. E delle critiche che gli vengono fatte. Su due aspetti, innanzitutto: la questione delle quote di candidature femminile nelle liste elettorali per il rinnovo dei Consigli comunali (un terzo, pena la decadenza della lista), e la questione della nomina delle giunte comunali e regionali.
Penso alla vicenda della legge Turco-Anselmi che nel 1993 (venti anni fa!) introdusse per la prima volta le quote a garanzia dell’elezione delle donne. Infinite critiche bersagliarono quelle norme considerate da una parte del movimento una forma di “tutela”. Oscuri sentimenti patriarcali tesero le braccia a quel dissenso, le destre variamente dette squittirono come non mai. Le donne si spaccarono, intervenne la presidente della Camera Nilde Iotti – ricorda Livia Turco –: “Sbagliate, non di tutela di tratta ma di garanzia.”. Quella legge fu poi impugnata dalla Corte Costituzionale, ma parte da li tutto il percorso che ha portato alla modifica dell’articolo 51 della Costituzione, fondamentale per una legislazione sulla pari rappresentanza. Mi riferisco adesso ai partiti di sinistra e centro-sinistra, cioè quelli che mi interessano e nei quali mi riconosco, agli uomini innanzitutto, ai segretari ed ai quadri dirigenziali. Mettendoli in relazione con la norma relativa alla nomina delle giunte. Questa partita, nella casa delle sinistre, passa tutta attraverso la consapevolezza della cultura della parità di genere nel suo complesso. E per quelle giunte dominate da equilibri stantii che usano il maschile per mantenere interessi personali e di bottega consolidati nel tempo, ci sono intanto le sentenze dei TAR e del Consiglio di Stato che da due anni, da nord a sud del Paese, danno ragione ai ricorsi ed alla lotta delle donne contro le giunte disequilibrate, o perché contrarie agli statuti o perché in contrasto con l’articolo 51 della Costituzione e le normative europee. Dentro ci sono donne di sinistra e di destra, unite su un’obbiettivo concreto. E’ un’alleanza fondamentale perché la pari rappresentanza riguarda tutte le donne italiane. Per il resto, nessuno ci regala niente, lo so per prima. E questo testo non è un certamente un regalo. Sarebbe bene che in Senato venisse ulteriormente migliorato, ma ci diranno le parlamentari se ci sono le condizioni perchè questo avvenga. E poi, nessuna legge ha mai esaurito in sé la necessità della lotta costante per i diritti, vigiliamo, e continuiamo.
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| Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Maggio 2012 17:03 |
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