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Lesnouvelles news, magazine francese, gemello di witc nell’informazione d’attualità con ottica di genere, ha promosso a Parigi (29 marzo, Poste de Paris) un importante convegno su donne ed economia, Le deuxième sexe de l’économie, analizzandome gli aspetti sia a livello macroeconomico, con la questione dei nuovi indicatori di ricchezza di cui si discute come strumento di lotta alla crisi economica, che micro, dando la parola alle imprese. Con un obiettivo, da porre come materiale di lavoro al candidato che il 6 maggio conquisterà l’Eliseo: quali misure si devono prendere per dare impulso ad un vero cambiamento nella nostra concezione della ricchezza e nella comprensione della differenza nel mondo degli affari? Pubblichiamo l’analisi presentata al convegno dall’economista Jean Gadrey, co-presidente del Forum per Altri Indicatori di Ricchezza (FAIR), che parte dall’esame dei due dogmi dell’economia, competizione e concorrenza, crescita e Pil…
L’economia riguarda al contempo pratiche e campo di saperi o di tesi (una disciplina). E’ la dimensione sessuata di quest’ultima che qui ci interessa. Ma per parlarne, bisogna partire da una delle sue caratteristiche: l’attuale domino dell’economia ortodossa, il cui cuore è costituito da concetti che si presentano come universali ( il consumatore, il produttore, l’offerta, la richiesta, l’utilità…), ignorando e rendendo invisibili i rapporti sociali, tra cui i rapporti di sesso. Decriptare la questione del sesso dell’economia (dominante) è rendere visibibile ciò che mascherano i suoi presupposti universali ed astratti. Lo farò parlando di due argomenti: 1. chi produce e diffonde i suoi enunciati? 2. in che misura i suoi contenuti o dogmi sono sessualizzati?
La parità in 70 anni? Chi – uomo o donna- produce ed enuncia le “ verità” dell’economia? Bisogna distinguere tra il canpo accademico (università e ricerca) con le sue relazioni interne di potere, e il campo mediatico, quello degli “economisti” più visibili. In Francia, alla metà degli anni Novanta, tra i professori universitari di economia il 10% erano donne (1); nel 2010, siamo al 16%. Con questo ritmo (+ 0,5 per anno), la parità in campo universitario sarà raggiunta tra 70 anni. Quanto agli economisti più visibili, le star dell’economia, essi formano in Francia un piccolo gruppo di 10-20 persone, tutte di sesso maschile. La funzione ufficiale ( “spiegare l’economia”) è meno importante delle loro funzioni reali: fare credere che l’economia sia sotto controllo, che ne detengono le chiavi, e che certi principi o dogmi siano indiscutibili.
Due dogmi: concorrenza e crescita Qual è il contenuto dei messaggi dell’economia dominante e in cosa ha a che vedere con la questione di genere? Due dogmi fondamentale sono declinati al bisogno. Il primo consiste nel presentare la concorrenza e la “libera” circolazione mondiale delle merci e dei capitali come principi d’interesse generale da cui dipendono tutti gli altri. E’ il messaggio del liberalismo economico, di cui si sa che ha condotto nei fatti ad un concentrazione senza precedenti del potere economico e finanziario. Il secondo dogma è la priorità alla crescita, quella del PIL (2). Tutto dipende da essa: il progresso sociale, la sdradicazione della disoccupazione e della povertà, vedi la soluzione della crisi ecologica attraverso la crescita verde ( green economy). Gli economisti eterodossi criticano vivamente il primo di questi presupposti, e alcuni, più rari, contestano anche il secondo. Ma curiosamente, non mettono quasi mai in primo piano ciò che è sotto gli occhi: questi due dogmi esprimono nel registro dell’economia valori “ tradizionalmente maschili”. Attraverso queste parole, non si desigano evidentemente caratteristiche naturali, non si pretende per nulla che tutti gli uomini vi siano arroccati a difesa nè che tutte le donne vi si oppongano. Ma secoli di ineguaglianza e di dominazionzione maschile hanno prodotto effetti sempre pregnati sulle rappresentazioni dei ruoli mschile e demminile, compreso nel settore dell’economia.
Il sesso del liberalismo economico Competizione e concorrenza di tutti contro tutti, evoluzione “darwiniana” del sistema, eliminazione o assorbimento dei concorrenti, guerra economica talvolta legata a conflitti militari, scambio ineguale: si tratta evidentemente, con il liberalismo economico e finanziario sostenuto dalle teorie economiche dominanti, di valori storicamente legati alla dominazione maschile tradizionale nella sua versione più guerrafondaia. Non sono quelli della cooperazione o degli scambi equi e negoziati. Non sono quelli della “cura”, rilevati dalla maggior parte dei nostri “grandi uomini” nel 2010. Il passaggio dal capitalismo “fordista” dei Trenta Gloriosi al capitalismo finanziario o neoliberale attuale non ha adattato niente. Gli uomini hanno conservato il controllo quasi esclusivo tanto del potere finanziario ( i 27 governatori delle banche centrali di 27 paesi dell’Unione europea sono tutti uomini) che dell’analisi economica della finanza: nelle tavole rotonde di esperti sulla crisi finanziaria, non si vedono generalmente alla tribuna che uomini. Al contrario, se si tratta di risorse complementari o di finanza solidale, la parità (o la presenza di una maggioranza di donne) è frequente…
Il sesso della crescita e del PIL Il secondo grande dogma dell’economia dominante, quello che fa della crescita e del Pil l’alfa e l’omega del progresso, non è meno maschile del primo. Mi permetto di rinviarvi ad un post del mio blog che esplicita queste mie tesi: : http://alternatives-economiques.fr/blogs/gadrey/2009/02/19/le-sexe-du-pib/. Riassumo due indici di questa maschilità originale, la cui funzione è produrre l’invisibilità delle attività femminili e la supervalorizzazione di quelle degli uomini. 1. Nel suo libro di riferimento “Les comptes de la puissance” pubblicato nel 1980, François Fourquet mostra che la costruizione dei conti della Nazione si è realizzata nelle logiche di potenza straniera e, dopo la guerra, di ricostruzione industriale. E’ anche per questo che è stato necessario aspettare 30 anni perchè in Francia, nel 1976, i servizi non commerciali, legati alla riproduzione della società ( educazione, sanità, protezione sociale… che corrispondo ad altrettante sfere maggiori di attività femminile) più che alla potenza materiale, fossero considerate come degne di figurare nel PIL. Ma la potenza, la guerra, la performance tecnica e l’industria sono, nei fatti, appannaggio degli uomini. Sono effettivamente rappresentazioni sessuate della ricchezza e del progresso. L’antropologa Françoise Héritier ( nel suo libro “Masculin/Féminin II”, Odile Jacob, 2002) ne fornisce un esempio spettacolare: “ (…) ad un’inchiesta d’opinione pubblica condotta da alcuni sociologi per sapere quali erano i mggiori avvenimenti del 20mo secolo, gli uomini hanno risposto in maggioranza “ la conquista dello spazio”; il 90% delle donne ha messo in primo piano il diritto alla contraccezione.”. Da un lato la potenza se non la guerra e il dominio tecnico sulla natura, dall’altro un aspetto centrale dell’emancipazione umana.
2. La maggior parte della gente lo ignora: la produzione domestica di beni o “autoproduzione” è integrata al PIL attrverso un’equivalenza monetaria, ma non la produzione domestica di servizi. Come diavolo spiegare che, mentre Lui pota la siepe del giardino o aggiusta il garage, e Lei fa le faccende domestiche, la cucina, e si occupa dei bambini, solo il primo contribuisce alla ricchezza nazionale ufficiale? Diversi argomenti fortemente inbrazzanti sono mobilitati. Nessuno resiste alle critiche. La sola spiegazione risiede nelle rappresentazioni sessuate dell’economia e di ciò che conta veramente (per gli uomini che la governano). Non si tratta di niente di meno che dell’organizzzione socialmente costruita di una valorizzazione e occultazione del lavoro delle donne.
Tenuto conto dei limiti del PIL e della crescita cone indicatori di progresso, quelli che abbiamo appena menzionato e molti altri, si comprende l’emergenza di un movimento internaizonale in favore di indicatori alternativi. Un buon numero di questi ultimi fanno intervenire criteri d’uguaglianza tra donne e uomini. Interrogarsi sul sesso dell’economia è una maniera feconda, tra le altre, di mettere in causa “ l’economismo”, la pretesa di imporre concetti, leggi, visioni della ricchezza che mascherano pratiche e valori ( cooperazione, equo scambio, condivisione dei compiti, lavoro gratuito al servizio del benessere…) decisivi per uscire dalla crisi attuale. Per passare da un’economia del “ sempre più” e della mercatilizzazione di tutto ad un’economia del “ prendersi cura” che esiga la parità a tutti i livelli, tanto nelle pratiche quanto nelle rappresentazioni.
Jean Gadrey è professore onorario di economia a Lille, co-presidente del Forum per Altri Indicatori di ricchezza (FAIR). Per saperne di più: http://alternatives-economiques.fr/blogs/gadrey
Note (1) Nicky Le Feuvre, Monique Membrado et Annie Rieu, Les femmes et l'université en Méditerranée, Presses universitaires du Mirail, 1999 (2) Prodotto interno lordo: è il flusso dei beni e dei servizi prodotti annualmente nella sfera monetaria.
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