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 Due fotogrammi tratti dal film "La battaglia di Algeri", di Gillo Pontecorvo
Ghania Lassal. Cinquanta anni dopo l’indipendenza, per cui molte donne si sono battute, facciamo il punto sulla questione della libertà delle donne nella società algerina… Wassila Tamzali. La situazione odierna non è molto incoraggiante. Le leggi non producono libertà. Non aiutano le donne, e non le proteggono in niente. Parlo soprattutto dal punto di vista di presa di coscienza delle discriminazioni, è impossibile condurre azioni politiche senza questa consapevolezza. Si potrebbe concludere che forse le donne algerine sono contente di questa situazione, visto che non ci sono proteste, nessun impegno femminista massiccio. Perché insistere, dunque. Invece io non credo che le donne siano contente né acquetate perché ci sono enormi contrasti e pressioni sociali. Un esempio: secondo le statistiche elaborate dal Collettivo Maghreb Egalité, il 67% delle donne porta il velo e il 57% di loro sono adolescenti. Cosa estremamente importante è che il velo per loro non rappresenta né un approccio religioso né una scelta volontaria, queste ragazze non si velano per convinzione. E allora? La mia inquietudine nasce dalla constatazione, e spero persino di sbagliarmi, di una sorta di rassegnazione, di abbandono della speranza di vivere libere. La vita è diventata molto difficile per le donne, sia che si parli di lavoro che di vita quotidiana e di violenza di cui sono preda. Siamo nel 2012, mezzo secolo dopo l’indipendenza, e mai l’idea che un donna non possa vivere senza la protezione di un marito, di un padre, di un fratello, è stata così forte e diffusa nella società, ai miei occhi. Cosa che non avvertivo nel 1962 e negli anni Settanta. C’è veramente un modello di società che ha finito per imporsi a noi; non è un ritorno alla tradizione, che comincia d’altronde a passare, a cambiare. Il fatto che le donne abbiano partecipato in massa alla guerra di liberazione mostra che erano pronte a uscire, a partecipare, ad impegnarsi in prima persona. Forse non a fare politica nel senso formale della parola, ma ad organizzare azioni politiche sì, visto che erano pronte prendere le armi, hanno messo bombe, hanno curato clandestinamente, hanno fatto passare medicine...
G.L. Le mentalità e la società sono cambiate? W. T. Il mondo moderno che si mette in piazza, disgraziatamente è molto affascinato da un'Oriente che non ha niente che vedere con le nostre tradizioni. Ha imposto l’accettazione di un’idea estremamente retrograda, reazionaria, della religione. In Algeria, non si parla più molto di sinistra e di destra, si parla di religione e di democrazia. Una parte della popolazione è molto conservatrice, la si può identificare all’estrema destra francese, olandese o anche ungherese. Razzista, xenofoba, misogina, ecc. Esiste. Ma non è nominata con questi vocaboli. Si dice che sono persone che vogliono ritornare alla religione, alla tradizione. C’è un vero bisogno di analizzare e politicizzare i conflitti nella società. Smettiamo di parlare della religione e della laicità senza cercare veramente di fare un’analisi politica di queste questioni. Le donne sono ostaggio di questa perdita di senso critico. Ha notato che quando si sente discutere un salafista o un islamista non si parla che di donne. La sola preoccupazione di un’importante frangia della società, la sola sfida, è la donna. Si ha l’impressione che essi non possano immaginare un paese al di fuori di una rappresentazione dell’orda selvaggia, arcaica, antica e che si costituisce intorno ad un solo nemico: la donna, la sua libertà, la sua sessualità, la sua rappresentatività... A latere, c’è evidentemente un’evoluzione nella società, dei miglioramenti. In una parte della società, almeno, le cose sono cambiate, ma il fondo delle cose resta eguale.
G.L. Le leggi sono ancora discriminatorie verso le donne. Solo la società è quella che condanna, detta la vergogna, esercita pressioni… W. T. Certamente. Nel corso degli anni,, si è imposta un morale che viene chiamata morale religiosa ma è innanzitutto una morale sessuale. Se non ci si conforma a questa condotta, la società getta nella vergogna, perché oggi si fa passare questa morale per morale religiosa. Si è sacralizzato il rapporto tra donne e uomini. Quando ero giovane, ho vissuto in una famiglia aperta, ma che aveva nel contempo regole molto rigide. Quando uscivo, che non mi vedessero in un caffè!! Mi dicevano: le ragazze di buona famiglia non vanno al caffè. Eravamo molto controllate, ma era un controllo sociale non religioso. Riguardava anche l’abbigliamento; mi dicevano: non ti vestire così perché nella nostra famiglia, nel nostro ambiente sociale, questo non si fa. Non ho mai sentito: non ti vestire così perché Dio non vuole. E’ uno scivolamento estremamente pericoloso. Perché è più facile ribellarsi contro la propria madre che contro Dio.
G. L. Pensa che il Codice della Famiglia sarà riformato o emendato? W. T. Il Codice è uno strumento politico che nessuno oserà toccare. Bisognerebbe che ci fosse una rivoluzione perché lo si abroghi o sia emendato, e se lo si tocca, può scoppiare una rivoluzione. Il presidente Bouteflika lo ha detto chiaramente: “posso cambiare le leggi sugli idrocarburi, ma non posso toccare il Codice della Famiglia.”. Perché il Codice, che istituzionalizza il rapporto di dominio dell’uomo sulla donna, è il pivot sul quale si organizza tutta la politica algerina. La dominazione delle donne è la base della dominazione di tutta la società.
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