| Politics |
| Aung San Suu Ki in Parlamento. Le sue prime parole: "E' finito un incubo". | | Stampa | |
| di Jessica Cugini |
| Lunedì 02 Aprile 2012 09:57 |
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Le sue prime parole, all’annuncio della vittoria, sono state: «È finito un lungo incubo, ora inizia un lungo cammino». In realtà, il suo, di cammino, non si è mai arrestato. Ha attraversato 15 lunghi anni di arresti domiciliari, ha superato la lontananza dalla famiglia, l’annuncio della morte del marito, i sensi di colpa, i digiuni, i massacri delle ragazze e ragazzi del movimento studentesco 88 Generation che l’avevano appoggiata, la mancata consegna di un grande riconoscimento internazionale: il Premio Nobel per la pace, la prigionia dei compagni di partito e dei monaci che presero parte alla “rivoluzione zafferano” del 2007. La democrazia procede per piccoli passi e questo — come ha detto la neoletta — è solo l’inizio, il primo capitolo di una storia ancora tutta da scrivere. La Nobel birmana è cosciente di essere un’ottima carta in mano al regime, una carta da spendere per ottenere dall’Occidente un alleggerimento delle sanzioni economiche e non soccombere sotto il peso della Cina, ma sa anche che questa partita prevede che una mano la giochi anche lei, simbolo di una giustizia sofferta, amata dal popolo, guardata e seguita con rispetto dalla stampa internazionale. L’intera Birmania ha tremato qualche settimana fa, quando si è sparsa la voce di un malore della Lady, ora 66enne. La gente ha trovato in questa esile figura, capace di setacciare l’intero Paese pur di raggiungere le popolazioni dei villaggi più remoti (perché «sarà democrazia solo se raggiungerà tutti»), l’espressione dei propri sogni, la possibilità di far sentire la propria voce. |
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