3/02/10
et cetera
SOLITUDINI
di Nella Condorelli

Possiamo immaginare che tipo di solitudine abbia spinto Aida Habachi a darsi fuoco abbracciata al figlioletto di quattro anni e mezzo?
Nelle scarne cronache d’agenzia che riportano la notizia del suicido-omicidio di Osimo, frazione di San Sabino, nell’Anconetano, dove viveva questa ragazza di 33 anni, Aida, che nella notte del 1 febbraio ha trasformato in un falò la camera da letto, buttandoci dentro il suo corpo e quello del figlio, cose e ricordi di due vite brevi, gli elementi per immaginare sembrano esserci tutti. Parole asciutte, argomenti per un rapporto di polizia: tunisina, sposata e separata, - “una separazione appesantita da querele e contro querele” -, sola con il figlio, “depressa”, “senza lavoro e probabilmente senza amicizie e senza rapporti familiari”…
Che parole tremende. Come sempre, quando riguardano storie di morte di mamme e figli. Ma bastano, a farci immaginare il peso specifico della solitudine di Aida? La confusione e il groviglio di pensieri fissi, notte e giorno, nella casa della frazione di campagna, così diversa e così simile ai villaggi di campagna di casa sua, Tunisia vicina e remota…
“Ma che vuole immaginare…”, mi dice la barista del caffè del mio quartiere, gestione familiare, due figli adulti che lavorano con lei, “di solitudine soffriamo tutti oggi…, e tutti ci giriamo da un’altra parte.. ”.
Capisco a volo: ecco il peso specifico della solitudine di Aida, è l’esclusione, l’elemento che interroga la sua vicenda tragica e la inscrive nel nostro quotidiano modo di stare oggi al mondo. Dico nostro, di noi italiane e italiani. Scivolati dalla partecipazione all’indifferenza, dalla solidarietà all’apatia sociale, segnati anche da un dolore sociale inconsapevole che riflette nell’esclusione dell’ altro-altra le esclusioni di ciascuno e ciascuna, un sentimento che viene ancor prima dell’intolleranza, e l’avvolge e la nutre come una placenta. Aldilà dell’ordinario razzismo. Nelle stanze frammentate dove la parola televisiva la fa ormai padrone, nuovi silenzi si espandono dalle finestre più robusti di qualsiasi urlo.
Dentro c’è tutto. Protagonismi e complicità. Anche la questione della rappresentazione televisiva delle donne ci gioca un ruolo. Mentre Aida decideva di morire e far morire; mentre prima di lei Esateko, nigeriana, incinta, annegava nel canale di Sicilia, sul barcone in attesa di soccorsi; mentre Dorina, rom, ancora prima moriva bruciata con suo figlio nel rogo della tendopoli; mentre corpi di donne precarie, che importa se italiane o migranti, urlano di avere fame, e non solo di pane, dai tetti dei palazzi, le uniche storie di donne narrate in tv sono ancora e solo storie di escort, tradimenti e veleni, Berlusconi e Delbuono, vite in ogni modo celebrate, contro le altre, da buttare. Escluse. Che dire di più?