3/02/10
Israele. Exposition
QUANDO L'ARTE
ROMPE CON I MURI

di Roni Ben Efrat

Una volta l’anno, in gennaio, si tiene a Tel Aviv un incontro tra artisti e agricoltrici. Gli artisti sono sia ebrei che arabi, le agricoltrici solo donne arabe. L’incontro avviene attraverso la mostra d’arte “Il Pane e le Rose”...

Una volta l’anno, in gennaio, si tiene a Tel Aviv un incontro tra artisti ed agricoltrici. Gli artisti sono sia ebrei che arabi, le agricoltrici solo donne arabe. L’incontro avviene attraverso la mostra d’arte “Il Pane e le Rose”, promossa dal Consiglio Centrale dei Lavoratori (WAC-MAAN), organizzazione che opera per la protezione dei diritti dei lavoratori, sia ebrei che arabi, e per creare punti di contatto nei luoghi di lavoro e nei centri giovanili. “Non saremo mai in grado di migliorare la società e di costruire una vera giustizia sociale” - ci dice Nir Nader, organizzatore della mostra, oggi arrivata al suo quarto anno – “se non iniziamo a buttare giù i muri che ci separano.”.
All’edizione di quest’anno de “Il Pane e le Rose” hanno partecipato 250 artisti, 40 degli quali arabi, e più di metà delle opere sono state vendute già all’ inaugurazione, il 9 gennaio 2010, per un ammontare di 80.000 dollari. Altre opere sono in attesa di essere vendute.

Maha Yihieh viene da Kfar Qara, dove ha lavorato per tre anni al progetto per il Centro di collocamento. Grazie all’intervento del WAC lei ed i suoi colleghi hanno percepito un salario minimo e i contributi. Sembra una cosa da poco, ma la verità è che se Maha avesse un impiego come quello di molte donne arabe israeliane che lavorano attraverso un subappaltatore, dovrebbe dargli un terzo del suo stipendio, e per lei non ci sarebbero né busta paga né contributi.
Maha ha lavorato per l’edizione di quest’anno della mostra “Il Pane e le Rose”, è stata lei che ha esaminato le centinaia di dipinti che affollano le pareti. E’ stata la sua prima volta, una partecipazione particolarmente emozionante, mi dice, perché, anche lei dipinge.
Tra le migliaia di visitatori venuti all’inaugurazione, presso la galleria della Scuola delle Arti di Tel Aviv, c’era anche il ministro per gli Affari delle Minoranze, l’economista Avishai Braverman.
“No è un caso che il ministro sia venuto”, commenta Nir Nader, “quest’anno l’opinione pubblica è più sensibilizzata verso la povertà della popolazione araba. Israele vuole entrare nell’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), l’ostacolo sono la povertà e ed il divario sociale.”. Avishai Braverman ha fatto parte del team che ha negoziato con l’OCSE, ed è consapevole che la scarsa percentuale delle donne arabe nella forza lavoro, il 18.6%, rappresenti un sostanziale ostacolo.”.

Wafah Tayara, ex agricoltrice, è oggi la coordinatrice della sede WAC di al-Gharbieh.
“Una volta ero una contadina, ha raccontato ai presenti, nel corso dell’inaugurazione, “e nella mia vita ho provato tutte le forme di sfruttamento che esistono nel settore agricolo. Oggi sono responsabile WAC per gli agricoltori della regione di Baqa. A nome di centinaia di loro, da Baqa, Kfar Qara, Kfar Manda and Tamra, ringrazio tutti gli artisti che hanno contribuito a questa iniziativa… Non è facile creare posti di lavoro per le donne, specialmente quando i lavoratori a buon mercato sono immigrati. Anche loro sono sfruttati, e con il loro basso salario competono con noi. Persuadere il datore di lavoro ad assumere un locale con la paga di 20 shekels l’ora quando, invece, può avere un lavoratore thailandese per soli 13 shekels, è uno sforzo enorme.
Quello che ci da la forza di andare avanti, è la consapevolezza che ogni lavoro che abbiamo ottenuto ha salvato una donna e la sua famiglia dalla povertà e dal pericolo di essere sfruttate da un ra'is. Attraverso il WAC, guadagniamo 160 NIS al giorno, pari a 43 dollari, più tutti i servizi sociali, mentre le donne che lavorano per un ra'is guadagnano solo 100 NIS per otto ore di lavoro, senza alcun servizio sociale. Il governo parla spesso della necessità di incoraggiare le donne a lavorare, ma continua ad importare forza lavoro.. Noi vogliamo ricevere salari legali e vedere rispettati i nostri diritti. Non vogliamo essere una forza lavoro temporanea e disorganizzata, assunta o licenziata secondo le necessità del momento. Vogliamo che il nostro lavoro venga riconosciuto ed apprezzato.”
“Il lavoro è importante, ha concluso Wafah, prima di tutto perché ci permette di avere un reddito; senza reddito non romperemo mai il circolo della povertà. In secondo luogo, ci apre un nuovo mondo, ci libera dall’isolamento dello stare in casa, e ci dà la possibilità di diventare una forza attiva nella società. Presso WAC operano infrastrutture per l’apprendimento e l’empowerment femminile, grazie alle quali siamo in grado di portare sulle nostre tavole non solo pane, ma anche rose.”.

Alla mostra di quest’anno ha partecipato per la prima volta Naomi Leshem, artista e fotografa, vincitrice del Premio di Fotografia Constantiner del Museo delle Arti di Tel Aviv. Oggi Naomi espone le sue opere sia in Israele che all’estero.
“Questa mostra è diversa da tutte le altre alle quali ho partecipato”, ci dice, “è il motivo per cui ho deciso di prendervi parte. Qui mi sento forte, c’è un’atmosfera pulita, la volontà di dare e di aiutare. Mi riferisco sia agli organizzatori che agli artisti che vi prendono prte.“. “A volte – continua Leshem - ho la sensazione che il mondo dell’arte sia chiuso in se stesso, ma qui l’arte si fonde con la società. Ho telefonato ad alcuni amici all’estero, galleristi che espongono le mie opere, e gli ho raccontato tutto. Volevo che sapessero dell’esistenza di questo progetto.”.

Nir Nader ci parla della popolarità che “Il Pane e le Rose” riscuote nei circoli artistici israeliani e nell’opinione pubblica. “Non abbiamo scopi commerciali, dietro questo progetto non ci sono interessi finanziari, i guadagni vanno realmente a chi ne ha bisogno attraverso la creazione di opportunità di lavoro.”. WAC, ha aggiunto, è attivo nelle scuole d’arte e tra gli artisti, molti sono anche poveri, lavorano in posti diversi, correndo da una scuola all’altra, cercando di arrivare a fine mese, mentre continuano a creare. Per questa ragione, gli organizzatori della mostra versano il 25% di ogni vendita all’artista.
Ho domandato ad Asad Azi, autore del quadro “Le viole”, quali sono le motivazioni che spingono un’artista a prendere parte ad una mostra come questa: Asad ha alle spalle più di 50 esposizioni, un centinaio di spettacoli ed innumerevoli premi.
“Nonostante la pubblicità che mi viene dalle mie opere, risponde, a fine mese non riesco a raggranellare più di uno stipendio minimo. Le vendite sono insignificanti, a tal punto che mi posso definire un’artista povero, vivo a Jaffa, in un modesto appartamento. Penso però che la solidarietà sia importante, ed è per questo che ho deciso di partecipare”. Il suo quadro “Le viole” , è stato venduto immediatamente.

Dani Ben Simhon, artista e membro dello staff della mostra “Il Pane e le Rose”, (sta anche a capo del progetto occupazionale del WAC), ci dice che il numero degli artisti arabi che ha partecipato a questa edizione è notevolmente aumentato: la risposta è stata quasi del 100%, ci conferma. Ed aggiunge: “molti artisti ci considerano un volano, un ponte per entrare nella scena dell’arte di Tel Aviv. Per alcuni di loro, la mostra annuale del WAC è la prima occasione buona per presentarsi ai collezionisti d’arte che vengono ogni anno. Ci sono artisti arabi già ben conosciuti che continuano comunque a partecipare. Devo dire che l’85% dei lavori degli artisti arabi viene venduto, e ciò è molto incoraggiante perché mostra l’interesse che suscitano”.
Gli acquirenti sono di tipo diverso, “accanto ai collezionisti fissi, questa volta abbiamo avuto un gran numero di appassionati d’arte che hanno comprato i quadri per se stessi. Il prezzo andava dai 50 a 5.000 dollari secondo il tipo di pubblico; la varietà dei prezzi ha reso facile l’acquisto anche da parte di gente comune.”.
Oded Yeda'aya, direttore del Minshar College, ha ospitato la mostra nelle sue sale per il terzo anno consecutivo: il Minshar College è pioniere anche in un altro settore: permette infatti ai suoi lavoratori ad organizzarsi all’interno del WAC. “All’inizio ero preoccupato di collaborare con un sindacato, racconta, ma ben presto ho scoperto che si tratta di un’organizzazione responsabile che favorisce sempre di più il dialogo ed il confronto, sia per il bene dei lavoratori che dell’organizzazione.”.

L’artista Tami Barka'i, ispiratrice della mostra, ha incontrato per mesi gli artisti, ha coordinato i loro contributi, ed ha realizzato l’intera infrastruttura amministrativa.
“Mi sono completamente coinvolta nell’organizzazione, racconta, e in tutto quello che avveniva nell’ufficio del WAC a Tel Aviv: la campagna per organizzare gli autisti dei camion, l’incontro con i lavoratori e gli artisti sul tema delle pensioni, il montaggio di un film sul Wisconsin Plan, e tutto il resto…”.
Tami ha ringraziato i volontari che hanno contribuito all’organizzazione, “abbiamo pubblicato un bando per chi volesse partecipare come volontario alla mostra, e molti artisti ci hanno risposto. Anche i collezionisti hanno partecipato attivamente, portando altri collezionisti o mettendosi in contatto con loro. Ci sono stati artisti che mi hanno detto che per il WAC sarebbero stati disposti ad abbassare i prezzi delle loro opere, o che le avrebbero fatte incorniciare personalmente…”.
“Mi dispiace solo che la mancanza di risorse adeguate ci abbia costretti alla fine a rifiutare altri bravi artisti che avrebbero voluto partecipare”.
Il WAC ha aiutato Sindyanna, un’organizzazione no-profit della Galilea, a pubblicare un calendario 2010 con 12 opere di artisti ebrei e arabi provenienti dalla mostra “Il Pane e le Rose”.


Opera di Tami Barka'i

a destra,
Wafah Tayara coordinatrice della sede WAC di Al Gharbieh
 




 
 
 


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