20/01/10
Culture. Exposition
JOSEPH ROTH. AL CONFINE
TRA VECCHIA E NUOVA EUROPA

di Maria Cristina Serra

E’ ancora lì, come sospeso nel tempo, il caffè-bistrot Le Tournon, in rue de Tournon n.18, a Parigi, a pochi passi dal Senato e dai frequentati giardini sempre in fiore del Luxembourg.
E’ proprio qui che Joseph Roth, uno dei massimi e versatili scrittori del Novecento, elesse il suo rifugio, il suo atelier, una seconda casa, di fronte all’albergo che l’ospitava: punto di riferimento e d’incontro con gli altri esuli dalle persecuzioni politiche e religiose del nazismo “trionfante”…

 

Ebreo, originario della Galizia, regione orientale a Nord dell’impero austro-ungarico (stretta tra Polonia e Russia, in pratica l’attuale Ucraina), Roth, con una scrittura ricca di dettagli minuziosi e di lucide descrizioni della realtà con cui trascina sempre il lettore in un’avvolgente partecipazione di sentimenti umani, con un senso del ritmo che solo la musica può eguagliare, rappresentò nei suoi romanzi, nei racconti e negli innumerevoli reportage tutto lo smarrimento, l’inquietudine delle emozioni e la nostalgia per un’epoca, quella mittleuropea , e di una patria, l’Impero Austro-ungarico, con i suoi valori che riteneva universali, ma che furono travolti dalla sconfitta della Prima Guerra mondiale.
Certo, lui subì in prima persona quella sconfitta, che fu per molti suoi contemporanei anche una lacerazione spirituale, ma riuscì a trasferire nella sua scrittura epica l’ansia per un futuro incerto, instabile, che le nascenti giovani democrazie non riuscirono a colmare e gli stati d’animo di un’epoca di transizione. Uno scrittore di confine, che attraversò con la maestria della penna confini ideologici e culturali, religiosi e politici, territori vasti di un’Europa scossa dall’umana violenza.

Nato il 2 settembre del 1894 a Brody, piccola cittadina della Galizia al confine con l’allora impero russo, non conobbe mai il padre, che abbandonò la madre subito dopo la sua nascita facendo sparire ogni traccia di sé. Questo fatto traumatico determinò nell’animo di Roth una ferita così incurabile che ancora da adulto continuava ad elaborare questo “lutto”, raccontando in maniera romanzata e sempre diversa la sua biografia e la vera identità di questo padre sconosciuto.
Brody era comunque uno dei centri della “haskalah”, il movimento culturale illuminista ebraico del 18° e 19° secolo che operava nell’Europa orientale, e come fin da piccolo Roth visse in un ambiente stimolante, dove i principi della tolleranza e del rispetto delle culture e delle idee diverse contribuirono a formare la sua personalità.
Fu, quindi, cresciuto dalla madre, ebrea di origine russa, e dai nonni paterni, che lo circondarono di affetto e premure e, soprattutto, gli assicurarono una buona educazione, permettendogli di frequentare scuole qualificate e d’iscriversi alla facoltà di germanistica nel 1913, all’Università di Leopoli e nell’autunno del 1914 all’Università di Vienna.
Una recente mostra, tenuta a Parigi presso il Museo dell’Arte e della Storia del Giudaismo, ha ricostruito con documenti inediti tutta l’avventurosa vita di Roth, il suo percorso di narratore e l’esilio a Parigi fra il 1933 e il 1939. Oltre a tracciare un itinerario ideale per conoscere la vita e le opere di questo grande scrittore, ha avuto il grande merito di aver reso familiare e concreta la sua figura, grazie anche alle tante foto per la prima volta riunite insieme, quasi a comporre un album di famiglia da sfogliare immersi nell’intimità della penombra delle piccole austere sale. Roth appare nelle foto di bambino a 3 e 4 anni, vestito elegantemente, con i lunghi capelli a boccoli, a volte con cappellini ornamentali o seduto su un cavalluccio di legno; poi, a 9 anni con la madre e a 11 con il violino e, quindi,da adolescente con la divisa del suo liceo e in una foto di gruppo con tutta la classe e i professori nel 1910. Una foto del 1915 lo mostra giovane studente universitario in giacca e cravatta, mentre una foto-tessera del 1920 certifica il suo documento di giornalista professionista. E poi le foto degli ultimi anni parigini con la celebre istantanea che lo ritrae nel caffè seduto davanti ad alcuni bicchieri pieni, la sigaretta accesa tra le dita, lo sguardo intenso e il vestire elegante.
Ci sono anche le foto che raffigurano le persone importanti della sua vita: il nonno, la madre e la bellissima prima moglie Friedl Reichler, che sposò nel 1922 e che purtroppo nel 1928 manifestò i primi segni di una schizofrenia, che la condusse in un lungo calvario di cliniche psichiatriche, per finire nell’ospedale pubblico per malattie mentali di Vienna, quando dopo l’esilio in Francia Roth non potè più sostenere le cure (fu definitivamente trasferita in un ospedale di Linz nel 1940 e poi sottoposta il 15 luglio ad eutanasia su ordine del regime nazista, in quanto malata di mente). Richiesto da un suo amico, molti anni dopo, sul perché del suo matrimonio con un donna che fin dall’inizio mostrava la sua fragilità psichica, Roth, vincendo la sua proverbiale ritrosia a parlare di sé, confessò: “Almeno una volta nella vita, bisogna sapersi mettere in gioco”.
Roth spesso trasportava nei suoi romanzi le vicende e i sentimenti della sua vita privata e del mondo che lo circondava, tanto che in “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice” (scritto fra il 1929 e il 1930, opera che lo consacrò al successo), usa le parole del protagonista Mendel Singer che mentre descrive la figlia Mirjam in realtà ci fornisce il vero ritratto di Friedl: “Mirjam se la vedeva davanti, il suo scialle giallo oro, i capelli neri quasi blu, agile e lesta, una giovane gazzella”, tanto elegante e delicata, con un sorriso sempre enigmatico e soave, è Friedl nelle numerose foto esposte, quanto sensuale, con profondi occhi scuri e bocca carnosa ci appare in altre immagini Andrea Manga Bell, la compagna “meticcia” dell’esilio parigino, per la quale Roth ebbe un vero e proprio amore passionale,così da confidare agli intimi: “Ha fatto di me un uomo!”.
Fra i ritratti degli amici più cari (Stefan Zweig, Gustav Kiepenheur, Blanche Gidon, la sua traduttrice in francese, Samuel Fischer e Walter Landauer), un rilievo particolare è riservato a Soma Morgenstein, che per lui era come un fratello.

Nella minuziosa biografia che dedicò all’amico di una vita, ricca di ricordi ed emozioni private, Soma Morgenstein descrive Roth quindicenne: “aveva capelli biondi e occhi azzurri maliziosi, zigomi larghi, un nasino corto e mento quasi inesistente. Ero piccolo, di ossatura minuta, con le spalle strette e aveva un’agilità sorprendente. Mi piacque molto”.
A Vienna, per proseguire i loro studi, entrambi originari della Galizia, i due giovani cementarono la loro amicizia, grazie anche alla solidarietà religiosa, in un ambiente nel quale cominciavano a manifestarsi gli atti di violenza da parte di gruppi di studenti antisemiti, fautori della “Grande Germania nazionale”. Nel 1916, si arruolarono quasi contemporaneamente nell’esercito austriaco, anche se dichiaratamente pacifisti, più che altro per evitare il complesso di codardia che attribuivano a chi restava a casa e suggestionati dalle notizie continue di compagni feriti o uccisi al fronte. Si ritrovarono poi profughi a Vienna, dopo la sconfitta e la conseguente scomparsa dell’Impero austro-ungarico. Erano dei sopravvissuti, senza patria, senza soldi e senza lavoro! Venne così naturale intraprendere la carriera di giornalista, spinti dall’impellente necessità di sopravvivere. “Avevo 20 anni alla dichiarazione di guerra, ero fiero di essere sottotenente”, racconta Roth, “e nel 1918 mi sono ritrovato senza ruolo, senza esercito, senza mestiere. E’ così che sono diventato giornalista”. Anche se non navigava in buone acque, il Roth di quegli anni ci teneva a vestire con cura e la sua innata signorilità di modi lo distingueva in ogni circostanza.

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